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Farsi santi con ciò che c’è

La Santità a misura di giovane

da Redazione
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Quando si parla di santità, molti immaginano statue luccicanti, processioni, candele e grandi celebrazioni. Per tanti giovani, tutto questo sembra lontano dalla loro vita quotidiana. È normale allora sentirli dire: “Io voglio rimanere un ragazzo normale!”, come se la santità fosse una realtà rigida, triste o riservata a pochi “speciali” che vivono sempre in chiesa.

Forse, per troppo tempo, abbiamo raccontato la santità con un linguaggio che non parla più ai loro cuori. Abbiamo rischiato di presentarla come qualcosa di staccato dalla vita vera, come un ideale irraggiungibile. Eppure, la santità non è una fuga dal mondo, ma un modo autentico e luminoso di viverlo. Non toglie nulla alla giovinezza, la compie. Come disse San Giovanni Paolo II ai giovani: “La santità è sempre giovane, così come eterna è la giovinezza di Dio.”

I santi che la Chiesa ci propone non sono statue immobili, ma ragazzi e ragazze che hanno vissuto emozioni, sogni, paure, fragilità e scelte. Carlo Acutis, Chiara Badano, Domenico Savio, Pier Giorgio Frassati, Maria Goretti: non erano supereroi, ma cuori giovani che hanno preso sul serio l’amore. Non hanno vissuto una vita perfetta; hanno vissuto una vita vera, lasciando che Dio la trasformasse dall’interno.

Don Luigi Maria Epicoco ci aiuta a capire bene cosa significa tutto questo quando dice che per diventare santi bisogna “fare con ciò che c’è”. È come quando apriamo il frigorifero: non aspettiamo ingredienti speciali, ma cuciniamo con quello che troviamo. Così è la santità: non nasce quando tutto è perfetto, ma quando offriamo a Dio ciò che abbiamo oggi — la nostra famiglia con le sue fatiche, la scuola con le sue sfide, i nostri pregi e i nostri difetti, le amicizie belle e quelle difficili, i sogni e anche le delusioni. Dio non ci chiede di essere diversi da come siamo, ma di mettere nelle sue mani la nostra realtà così com’è.

Per un giovane, farsi santo non significa rinunciare alla vita, ma imparare a viverla con occhi che vedono e cuore che sente. Significa accorgersi di chi è solo, di chi viene escluso, di chi sorride ma sta male dentro. Significa dire “puoi stare con noi” quando qualcuno resta indietro. Significa amare senza usare, scegliere il bene anche quando non conviene, chiedere scusa e ricominciare, custodire la dignità propria e degli altri. Significa non accontentarsi di una vita a bassa quota, fatta di superficialità e di gesti vuoti, ma desiderare di volare in alto.

di Marinella Sacchetta

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