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L’Aquila: pronti a partire

da Redazione
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Si è appena concluso il campo estivo all’ Aquila che ha visto coinvolti ventidue ragazzi del gruppo post-cresima della nostraparrocchia. “La crisi, il viaggio, la meta”: questo il titolo che noi educatrici assieme a don Manlio abbiamo dato al campo, che ne riassume a grandi linee il percorso, che è certamente un viaggio dentro altri viaggi. Prendendo le mosse dall’ultimo libro di Don Luigi Maria Epicoco La scelta di Enea, il campo ne segue il susseguirsi dei vari capitoli sviluppandosi in altrettante tappe.

Vorremmo anzitutto sottolineare che di fondamentale importanza sono stati i giorni che hanno preceduto la preparazione concreta del campo, giorni dedicati alla lettura del testo, alla preghiera, al silenzio, all’interiorizzazione di quanto dal testo arrivava al cuore e poteva essere calato nel vissuto dei ragazzi. È stato questo un periodo a tratti anche critico o difficile, perché prima di guardare agli altri bisogna guardare sé stessi ed è ciò che abbiamo fatto: farci toccare in prima persona dal messaggio del libro. Quando siamo di fronte a noi stessi, siamo costretti a fermarci per guardarci dentro e lasciarci guidare da ciò che il Signore immette. Non sono mancati allora i momenti di sosta e preghiera a tu per tu con Lui per comprendere e discernere cosa il campo doveva essere per i ragazzi. Loro, i nostri ragazzi, sono stati il nostro obiettivo fisso, la nostra principale preoccupazione, i loro bisogni attuali dovevano essere e sono stati, assieme alla costante preghiera, i nostri punti di riferimento. Quando si presentava qualche inciampo o difficoltà, abbiamo lasciato che la sosta e il silenziofacessero maturare la via da percorrere, certi che Qualcuno sarebbe arrivato dove noi non riuscivamo. Non abbiamo perso la fiducia e non abbiamo smarrito la certezza che non eravamo sole: l’affidamento è stato ciò che ha contraddistinto l’intero campo e che ha permesso a tutti di vedere e toccare con mano la presenza viva dello Spirito Santo che ha agito dando a ciascuno la sensazione di essere condotto, accarezzato, sostenuto.

Preghiera, silenzio, affidamento, fiducia: questo è stato il grembo del nostro campo, per usare un termine a noi molto caro perché protagonista della parte iniziale del viaggio che un po’ tutti abbiamo fatto, imparando che prima di mettersi in cammino è importante sostare per guardarci dentro e definire chi siamo, da dove veniamo, cosa ci portiamo dietro, chi e cosa ci ha resi quelli che siamo oggi, quali cose vorremmo risolvere, quali ci hanno fatto soffrire o gioire.

A questo periodo, vissuto individualmente, ha fatto seguito quello di preparazione, condiviso insieme giornalmente. Il tempo trascorso insieme ha indubbiamente portato con sé la gioia della condivisione, della preghiera, del sostegno reciproco. Il campo è diventato parte integrante delle nostre giornate, un cantiere sempre aperto in cui far arrivare idee, spunti, intuizioni, ma anche dubbi, perplessità, che abbiamo affidato allo Spirito Santo, certe cheavrebbe affinato tutto e che ogni cosa avrebbe trovato collocazione e posto nella valigia: pronti a partire!

Sei giorni, altrettante tappe di un viaggio che è stato oltre che un viaggio geografico, soprattutto un viaggio interiore strettamente legato ai luoghi visitati di volta in volta e al vissuto che ognuno portava con sé. Seguendo le avventure e le vicissitudini del protagonista del libro, Enea che è diventato anche testimone dai tratti cristiani ed evangelici per il modo in cui si pone davanti alle crisi, abbiamo tutti percorso un cammino spesso non facile, che ha portato però a una meta fatta di speranza. L’obiettivo del campo è stato infatti quello di riflettere sulla giusta postura da assumere di fronte alle crisi, scegliendo di mettersi in viaggio per conoscere meglio se stessi, con tutte le fragilità e debolezze, i limiti e le incertezze. In questa scoperta troviamo nelle relazioni la motivazione che spinge a scegliere di mettersi in cammino, nonostante le paure e il non poter conoscere la meta. L’amore per chi ci sta accanto e che a sua volta ha bisogno del nostro sostegno,costituisce la direzione da non smarrire. Nell’apertura all’altro scopriamo di non essere i soli a soffrire e che anche l’altro con la sua sofferenza necessita di essere accompagnato. La sofferenza e le crisi dell’altro rendono le nostre più sopportabili e aiutando l’altro, salviamo noi stessi. In questo modo dalle crisi possono nascere germogli di speranza. Le crisi sono parte della nostra esistenza; spesso le subiamo senza avere possibilità di scelta. Ciò che invece possiamo e dobbiamo scegliere è come viverle, come farle fruttificare, come farci cambiare senza smarrire l’essenziale: l’amore del Padre, la fede, l’amore di chi ci sta accanto. Solo in questo modo potremo tenere la direzione, immaginare la meta senza troppo costruirla, generare frutti anche quando il terreno sembra sterile, riuscire a vedere oltre anche quando non riusciamo perché abbiamo gli occhi gonfi di lacrime.

Iniziato non a caso con la messa domenicale nella parrocchia dei Santi Angeli Custodi di Paganica che ci ha ospitato, il campo è stato avviato nei pressi della zona rossa di Paganica, dopo aver visto direttamente i segni lasciati dal sisma nel 2009 e che ancora oggi rimangono quasi a ricordare che dalle macerie è possibile ricostruire nonostante le cicatrici. Ritrovarsi faccia a faccia con la distruzione, rintracciare le vite interrotte in quelle abitazioni, ha certamente dato ai ragazzi, ma anche a noi educatrici, una forte scossa emotiva che è stata utile a calarsi nel percorso del campo. Proprio in quei luoghi avevamo immaginato e voluto l’avvio del campo al fine di condurre i ragazzi a riflettere sulle loro personali crisi, sui loro momenti di luce e di buio, spronandoli a dare un nome e a mettere insieme le loro macerie, per acquisire la consapevolezza che tutti ne abbiamo, ma soprattutto che messe insieme vengono sopportate meglio, accolte e accompagnate. È ciò che hanno testimoniato Davide e Carmelina, rispettivamente giovane educatore e operatrice Caritas della parrocchia di Paganica durante un incontro con i ragazzi nel quale hanno cercato di raccontare il loro trauma del terremoto, come lo hanno vissuto, affrontato e superato in qualche modo. La presenza della comunità e del sentirsi accomunati dallo stesso dolore, ha permesso di sostenersi reciprocamente. La testimonianza di due diverse generazioni ha consentito ai ragazzi di avere una visione diversa di come si possa reagire di fronte alle crisi. Molto intenso e costruttivo è stato il confronto e il dibattito venuto fuori, servito ad anticipare la tappa successiva del viaggio dedicata alle relazioni e all’inclusione degli anziani nella vita di tutti noi come portatori di bene, eredità di valori, testimoni della bellezza nascosta nelle pieghe della vita.

Questo momento di avvio molto forte è stato solo uno dei tanti che il campo ha fatto vivere ai ragazzi. Una sorta di filo conduttore è stato tessuto ad arte di giorno in giorno, con minuzia artigianale, proprio come un lavoro fatto a mano, quindi ricco di dettagli e di particolari armonicamente messi insieme da Qualcuno che ha dato ordine a ogni cosa. Ci piace pensare, e ne siamo in fondo certe, che lo Spirito Santo sempre invocato e ringraziato nelle preghiere del mattino e della sera, o in quelle delle diverse attività, sia stato l’artigiano che ha agito secondo il bisogno radicato nel cuore di ognuno di noi. Tale è stata la sensazione provata da tutti nel secondo giorno di campo sulla vetta del Gran Sasso nei pressi del Santuario di San Giovanni Paolo II. Dopo aver dedicato la mattinata all’interiorità con il tempo del deserto, ci siamo riuniti per celebrare l’Eucarestia e ringraziare il Signore per i momenti vissuti. Durante l’omelia, proprio mentre don Manlio diceva della gratitudine verso il Signore che ci aveva condotti in quei luoghi tanto cari al Papa per poter godere della bellezza del creato e della possibilità di vivere momenti unici, abbiamo tutti sentito il soffio di un vento soave che attraverso i monti e le foglie degli alberi è arrivato ad accarezzare i nostri volti. Difficile poter spiegare l’inspiegabile, ma la gioia era certamente visibile negli occhi di ognuno di noi.

I giorni iniziali dedicati all’interiorità hanno avuto culmine nell’abbraccio misericordioso del Padre nel giorno del Perdono di Assisi, giornata di grande festa in cui i ragazzi hanno gioito all’arrivo dei marcianti, ma soprattutto hanno respirato la consolazione e il perdono in seguito alle confessioni e all’ingresso in Porziuncola fatto tutti insieme affidando i loro messaggi di speranza. Un momento davvero forte che ci ha visti stringerci in un abbraccio tra lacrime di gioia e commozione. Di questi istanti ci piace condividere il nostro ingresso in Porziuncola prese per mano nel desiderio comune di voler affidare i nostri ragazzi e il nostro operato al Signore, ma anche nel voler dire a Lui il nostro grazie per quanto di bello e speciale assieme a loro possiamo vivere. Il Perdono di Assisi ha letteralmente dato il via al viaggio:così come i Magi, anche noi abbiamo scoperto che siamo abitati da una inquietudine interiore che ci spinge a non stare, a non accontentarci, ma a partire per dare compimento ai nostri sogni, desideri e speranze. Le tappe successive, l’udienza dal papa a Roma, l’incontro con le monache clarisse di Paganica, la testimonianza di Sebastiano e Daniela, la coppia che ci ha accompagnato, la veglia alle stelle tra i monti, nei pressi del Santuario della Madonna di Appari, la visita al Santuario della Santa Casa di Loreto, sono stati tutti momenti vissuti in un crescendo di emozioni forti e di apertura reciproca. Ci siamo trovati a condividere attimi, riflessioni, confidenze e storie potendo sperimentare la gioia di sentirsi accolti e di accogliere anche l’altro nella certezza che l’unica via che mantiene salda la direzione è avere radici salde a cui aggrapparsi: è ciò che abbiamo imparato e vissuto dalla condivisione dei legami con i nonni dai quali un po’ tutti attingiamo forza e sostegno. Se siamo sostenuti, possiamo sostenere e prendere per mano. Ma c’è una mano che non molla mai la presa, è quella del Signore, così come ci ha testimoniato Giorgia, la giovane novizia che ci raccontato della sua vocazione e di come si è sentita e si sente presa sempre per mano da Dio. È l’insegnamento che il Sì di Maria ci ha lasciato nell’ultima tappa del viaggio e che ha visto mettere insieme le speranze di tutti per affidarle alla Mamma celeste. Il suo fidarsi e affidarsi ha permesso alla storia della salvezza di trovare realizzazione attraverso una giovane ragazza. Lo sprone per i nostri ragazzi è stato allora quello di non smarrire mai la fiducia in Dio, che Lui può fare grandi cose anche attraverso ognuno di loro.

Difficile poter sintetizzare il campo all’Aquila: è stato gioia, fraternità, condivisione, tanta strada percorsa insieme, gioco, spensieratezza e divertimento, ma anche fatica nell’accogliere le fragilità e le debolezze dei ragazzi, i loro vissuti a volte non facili; portiamo tutto con noi, lo custodiamo e lo affidiamo con la preghiera al Padre; siamo state dei ragazzi e per i ragazzi in tutto e per tutto, essere state a servizio del loro campo è il dono più bello e grande che ci portiamo dentro grate sempre per quanto loro ci hanno donato.

Il momento conclusivo del campo ha raccolto le condivisioni finali sul viaggio di ciascuno: ci siamo tutti arricchiti nell’ascoltare emozioni, impressioni, aneddoti rimasti impressi. Non potevamo non offrire tutto alla mensa del Padre nella celebrazione dell’Eucarestia che è stata la Meta del cuore di ognuno.

Siamo partiti con le valigie piene; il viaggio ci ha alleggerito, svuotato del non essenziale per fare posto all’essenziale e dare valore a noi stessi. Il viaggio ci ha messo di fronte al cambiamento e il cambiamento ci ha fatto scoprire che è possibile diventare solo se non siamo da soli.

Non possiamo non ringraziare Padre Manlio per il sapiente e paterno accompagnamento nei giorni precedenti e in quelli durante il campo. Averlo accanto ci ha permesso di camminare con maggiore sicurezza, certe di essere, attraverso lui, prese per mano dal Signore. Un grande grazie va anche Sebastiano e Daniela, il loro essere coppia e famiglia ha permesso a tutti di sentirsi in famiglia ed è quanto di più bello si possa sperimentare soprattutto quando le famiglie sono lontane. Grazie a loro per l’affetto e la sintonia subito nata nell’accompagnare i ragazzi.

Non nasciamo dal nulla, nasciamo sempre dentro una relazione. È la vera umiltà di un essere umano, ricordarsi di avere bisogno di questo. Qualcuno ci ha voluti, ci ha accolti nel mondo e ha reso possibile la nostra vita. Non si può mai fare a meno di essere di qualcuno. (La scelta di Enea)

di Carmeluccia Lorefice e Mariarita Rivetta

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