Home Annunziando Dentro le parole, nella Parola. Una riflessione in occasione della 55^ Giornata delle Comunicazioni sociali

Dentro le parole, nella Parola. Una riflessione in occasione della 55^ Giornata delle Comunicazioni sociali

da Giuseppina Franzò
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Signore, insegnaci a uscire dai noi stessi,

e a incamminarci alla ricerca della verità.

Insegnaci ad andare e vedere,

insegnaci ad ascoltare,

a non coltivare pregiudizi,

a non trarre conclusioni affrettate.

Insegnaci ad andare là dove nessuno vuole andare,

a prenderci il tempo per capire,

a porre attenzione all’essenziale,

a non farci distrarre dal superfluo,

a distinguere l’apparenza ingannevole dalla verità.

Donaci la grazia di riconoscere le tue dimore nel mondo

e l’onestà di raccontare ciò che abbiamo visto.

Queste le parole–preghiera che Papa Francesco suggerisce ai giornalisti, a quanti sono attivi nella comunicazione sociale e ad ognuno di noi nella 55ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Sì ad ognuno di noi! Non solo a chi comunica per mestiere perché oggi più che mai tutti, attraverso i social, siamo diventati attori e  spettatori di sua  maestà La Comunicazione. Un appello forte e urgente ad abbandonare i recinti  rassicuranti del pregiudizio,  delle verità preconfezionate dalla massa o dagli addetti stampa autoreferenziali per mettersi alla sequela della Verità. Rimanendo assolutamente  lontani mille miglia da manipolazioni, interessi, tornaconti e compromessi. Con onestà, onestà morale, onestà intellettuale e responsabilità sociale.

Vieni e vedi suggerisce come leitmotiv delle nostre vite di comunicatori Papa Francesco  citando Gv. 1, 46. Vieni e vedi significa per un giornalista vai a consumare le suole delle scarpe per verificare la notizia, per cercare la notizia e raccontare qualcosa di diverso dal copia-incolla dei comunicati e delle agenzie. Significa ancora, per un giornalista, vai oltre l’agenzia, oltre il comunicato ben impacchettato e scavalca il sentiero per guardare l’oltre che sempre c’è. Quell’oltre dove si trovano verità scomode, problematiche e imbrogli indicibili o fruttifere testimonianze di autentica e bella umanità. Quell’oltre dove pochi cercano perché pericoloso o semplicemente poco comodo, poco redditizio, troppo dispendioso di tempo ed energie.

Il giornalista Salvatore Puglisi, classe 1932, mio maestro di giornalismo dinanzi al mio desiderio di trovare notizie “fresche” da mandare al Giornale di Sicilia ogni giorno da un contesto piccolo come la nostra città di Ispica mi ripeteva: “Esci da casa, spegni il computer e vai in piazza a sederti  sui sedili accanto alla gente, entra nel bar e ascolta, fai una passeggiata e tieni l’occhio giornalistico ben aperto”. Dalla strada e dalla piazza, consumando suole, benzina e intere giornate ho raccolto a piene mani articoli e confezionato pezzi giornalistici di valore.

In piazza e per strada, guardando negli occhi la gente, annusando profumi e umori, scrutando volti, ho anche subito capito il senso vero di questo mestiere: servire la comunità, dare voce a chi non ce l’ha, far germogliare semi con le parole, costruire orizzonti e spiragli di speranza, costruire bellezza e drizzare vie. Assolutamente out vedere il giornalismo come una roccaforte attraverso cui manifestare narcisismo, potenza e arroganza.

Fare giornalismo oggi significa resistere alla tentazione di divenire strumento di potere per qualcun altro copiando e incollando comunicati preconfezionati per interesse di terzi e  resistere alla tentazione di buttare qualunque cosa in pasto alla rete senza aver proceduto alle verifiche.

In ballo non c’è solo la qualità del giornalista o del prodotto giornalistico, ma la responsabilità personale e collettiva. Non dimentichiamolo. La parola e le immagini costruiscono e distruggono, il tutto molto velocemente.

Lo stesso discorso si può fare se spostiamo l’attenzione dai giornalisti e dai comunicatori per mestiere a ognuno di noi, nelle relazioni, nel posto di lavoro, in parrocchia, in famiglia, sulle grandi agorà virtuali dei social. Se il principio era il Verbum, la Parola e se la parola si fece carne, le nostre parole devono recuperare la dimensione della sostanza oltra a essere forma, devono essere piene e non ancelle di emoticon frettolose, devono costruire Senso, devono costruire fatti.

Non possiamo pronunciare parole senza indagarle con il caleidoscopio della coscienza né peggio possiamo buttare sul tritacarne dei gruppi Whatsapp o Facebook qualunque cosa ci viene in testa o riguardi qualcuno, senza regole e senza argini morali e legali, in nome della libertà di opinione e di parola. La libertà di parola non ci sottrae come Cristiani all’impegno di custodi e costruttori di Senso.

Ci sono dei recinti etici di rispetto e Verità che non possono essere scavalcati. Attenti quindi quando spariamo a zero sui social, sui gruppi Whatsapp o semplicemente condividiamo foto o mettiamo like su notizie false o spazzatura.

Vieni e vedici ricorda Papa Francesco. Siamo andati e abbiamo visto con i nostri occhi? Abbiamo cercato la verità, ci siamo sporcati le mani per arginare il flusso di immondizia o le gogne mediatiche?

significa incontrare l’altro de visu oltre le parole, le mode, le convenienze e investire tutti noi stessi nell’incontro (etimologia di incontro ci rimanda al latino inrafforzativo e contra  di fronte, di petto), nella relazione, nel Dialogo (etimologia dal greco = attraverso la parola, la Parola) per costruire pace e ponti e non muri (non a caso il termine greco logos=parola viene infatti dal verbo greco legoche vuol dire raccogliere, scegliere, pensare, elencare, raccontare, adagiare, esortare).

Possa il nostro comunicare  essere un frutto del Vieni e vedi” come sigillo di autenticità e di significato, di esperienza dell’altro e del mondo; possiamo tutti restituire le parole, con i loro fardelli e ventagli di significato, alle parole.

Possiamo ogni giorno difendere dalla vacuità le parole e considerarle quali sono inestimabile dono di libertà, bellezza e creatività concesso agli uomini, strumento di intelligenza e ancelle del cuore e dell’anima. Immagini e figlie del Verbum. Possiamo ogni giorno portare fuori  le nostre parole dall’abisso  dell’Amore che le genera (ricordiamo ogni parola è scavata nella mia vita come in un abisso di ungarettiana memoria) e possano le parole disegnare anche la sacralità e la fecondità del Silenzio nelle alluvioni di comunicazione da cui siamo sommersi. La posta in gioco è alta perché noi siamo  le nostre parole e soprattutto per non ritrovarci nel ritratto shakesperiano cui fa anche riferimento il Papa nel suo documento:

«Sa parlare all’infinito e non dir nulla. Le sue ragioni sono due chicchi di frumento in due staia di pula. Si deve cercare tutto il giorno per trovarli e, quando si son trovati, non valgono la pena della ricerca»

(Shakespeare, Il mercante di Venezia, Atto I, Scena I)

1 commento

rosariapiazzese36@ gmail .it 15 Maggio 2021 - 16:55

“Vieni e vedi “; Esci da casa e ascolta.Ci sono recinti etici di rispetto e Verità Complimenti Giuseppina,eccezionale come sempre.

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