Home Annunziando Sub tutela divinae protectionis. Rosario Livatino e la vita in Dio

Sub tutela divinae protectionis. Rosario Livatino e la vita in Dio

da Redazione
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È una camicia macchiata di sangue la reliquia di Rosario Angelo Livatino che campeggia in mezzo all’assemblea convenuta nella splendida cattedrale di San Gerlando ad Agrigento il 9 maggio 2021, giorno in cui la Chiesa lo proclama beato. Lo stesso giorno in cui nel 1993 San Giovanni Paolo II ad Agrigento grida agli uomini della mafia: «Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!».

Una normale camicia a quadri su fondo azzurro indossata da Rosario il 21 settembre 1990, quando sul viadotto Gasena della statale 640 Caltanissetta-Agrigento viene raggiunto da un commando di cinque persone proprio mentre si sta recando in Tribunale. Tenta di sottrarsi alla morte, si rifugia dietro un alberopoi si mette a correre nella vallata. Si rende conto che non serve, e a un certo punto cerca di parlare ai due che lo avevano inseguito, chiamandoli picciotti e chiedendo cosa avesse fatto loro di male. Dopo qualche momento di esitazione per il tentativo di dialogo di Rosario, Gaetano Puzzangaro gli spara in bocca.

Centunanno” è il soprannome che i compagni del Liceo classico di Canicattì danno a Rosario per la saggezza che nessuno si aspetterebbe in un adolescente, per il tratto umile e disponibile, per l’eccellenza delle qualità intellettuali e la preparazione che lo fanno ritenere addirittura più bravo dei suoi professori.

Nasce a Canicattì il 3 ottobre 1952, figlio unico di Vincenzo, laureato in legge e dipendente dell’esattoria comunale, e diRosalia Corbo. Riceve il nome del nonno, sindaco di Canicattì subito dopo la Grande Guerra. Cresce in un clima di amorevolezza familiare, impegnato nello studio e nell’Azione Cattolica. È alto un metro e sessanta centimetri, nessun tratto di esuberanza nella sua persona, massimamente riservato; non ama essere fotografato e rifugge da ogni protagonismo. Non ha ancora compiuto 23 anni quando si laurea con lode in giurisprudenza all’università di Palermo. A 26 anni vince il concorso in magistratura e opera da tirocinante nel Tribunale di Caltanissetta. Dal 1979 al 1989 ricopre la carica di sostituto procuratore al Tribunale di Agrigento, dove, proprio nel 1989, si trasferisce come giudice nella sezione penale.

Un anno prima, il 29 ottobre 1988, riceve il sacramento della Confermazione. Si prepara assieme ad adolescenti, senza esitazione né vergogna, concentrato da adulto consapevole sul significato di un sacramento che si rifà a una pratica di cui parlano gli Atti degli Apostoli. I neofiti, coloro che, battezzati da poco tempo, hanno aderito alla fede cristiana, ricevono il dono dello Spirito attraverso il segno dell’imposizione delle mani. Si completa in tal modo la grazia del Battesimo. (Mentre oggi, l’usuale modalità di conferimento della Cresima segna per molti una vera e propria cerimonia d’addio alla vita ecclesiale).

Con la Cresima, i battezzati «sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo, e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere con la parola e con l’opera la fede come veri testimoni di Cristo» (Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 11). Rosario ha ricevuto la cresima a 36 anni. A 37 anni opera nella sezione penale, dove mette in opera le sue migliori qualità. Anticipa Giovanni Falcone nella convinzione che è necessario costituire un coordinamento delle forze inquirenti e superare visioni parziali e frammentarie delle indagini. La sua enorme capacità di lavoro gli fa individuare costellazioni di connivenze, di nomi più o meno illustri che praticano l’illegalità, di legami basati sull’interesse e sul dominio di territori e comunità. Ma non è una sorta di superpoliziotto o un Rambo del diritto. È sempre rispettoso verso gli imputati o i condannati, si alza per salutarli e porgere la mano. In una pregevole conferenza del 1986 scrive: «Il compito dell’operatore del diritto, del magistrato è quello di decidere; orbene, decidere è scegliere […]. Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata».

«Nell’attuale sovvertimento dei valori e disorientamento delle coscienze, Rosario Livatino, sommessamente, come nel suo stile, lancia un messaggio che può aiutare a rimontare la china», scrive Ida Abate, sua professoressa di latino e greco spentasi nel 2017 a 91 anni, dopo una vita dedicata all’ex allievo tanto amato e stimato (Il piccolo giudice).

Nei suoi diari compare spesso la sigla S.T.D. Sub Tutela Dei Rosario pone la sua attività professionale e l’intera sua vita. Nell’omelia della Messa di beatificazione, il cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle cause dei Santi, ne ha così chiarito il senso: «Nell’amore di Cristo, infatti, egli si è collocato, “come un bimbo svezzato in braccio a sua madre”, dice il Salmo (131,2). È il senso ultimo di quel motto S.T.D. (…). I giusti, scriveva un autore del XII secolo, si collocano sotto la Croce, si pongono, cioè, sub tutela divinae protectionis e così si saziano dei frutti dell’albero della vita (…). È quanto è accaduto al giudice Livatino, il quale è morto perdonando come Gesù ai suoi uccisori».

di Michelangelo Lorefice

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