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In ricordo dell’11 Gennaio 1693

da Giovanni Fronte
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Se esiste una data in cui ogni ispicese sente forte la propria identità, è certamente quella del terremoto del 1693. Testimonianza ne è il fatto che spesso i due simulacri a cui gli ispicesi sono molto legati (il SS. Cristo flagellato alla Colonna e il SS. Cristo che porta la croce) vengono riportati spesso nei luoghi ove nacque la loro devozione per far memoria di chi perì in quel terribile sisma.
L’11 Gennaio di ogni anno è particolare per ogni ispicese: con la mente e con il cuore si ritorna a quei tragici eventi: Non è raro sentire in giro in questo giorno un tradizionale preghiera in siciliano che viene tramandata dai nostri genitori e dai nostri antenati, ma alle ore 15.00 la città si ferma: al suono delle campane a lutto di tutta la città alcuni si inginocchiano a pregare, recitando l’Eterno riposo, c’è chi osserva un minuto di silenzio, ma molti vanno alla celebrazione eucaristica a S. Antonio Abate.

Da diversi anni, infatti, la nostra città ricorda le vittime del terremoto del 1693 con una messa in loro suffragio molto partecipata e sentita.
La celebrazione eucaristica di quest’anno, diversa in alcune modalità ma uguale nello spirito, si è svolta, come di consueto, nella Chiesa di S. Antonio Abate, una delle poche ad essere resistite a quel tragico evento.
La celebrazione inizia alle 15.00 (ora presunta del terremoto) allo sparo dei 3 colpi a cannone, con l’ingresso dei celebranti e del sindaco. Giunti davanti all’altare, vengono intonati brevemente le marce del SS. Cristo alla Colonna e del SS. Cristo con la Croce in via del Calvario, che generalmente caratterizzano la nostra settimana santa e ai cui simulacri (come dicevo all’inizio) gli ispicesi sono molto devoti.

Il celebrante, nell’omelia, ha ricordato come la pandemia di oggi ci ha messi in ginocchio, così come il terremoto lo fece nei confronti degli allora abitanti della Cava…il terremoto, allora, fece migliaia di vittime e molti persero case e i propri averi, riducendo in miseria il popolo mentre oggi la Pandemia ha fatto migliaia di vittime in tutto il mondo e provocando una crisi economica e sanitaria.

Ciò che caratterizzò il sisma del 1693 e la successiva ricostruzione, infatti, sono stati l’unione e la fede: i nostri avi, difatti, non si scoraggiarono e grazie alla fede in Dio e, in particolar modo, della Vergine Maria, nonostante le difficoltà, fecero rinascere la splendida città dove adesso abitiamo in un modo tale (sulla collina) che i posteri non abbiano a rivivere più gli eventi drammatici che vissero loro.

Nel momento in cui scrivo, la pandemia non è ancora terminata: già da ora, tuttavia, si sente una forte volontà e desiderio di ripartire: una volta che questo virus sarà finalmente inoffensivo toccherà a ciascuno di noi rimboccarci le maniche e operare per la rinascita. Non sarà facile, ma imitando i nostri avi che guardarono l’incertezza del futuro con fede ci riusciremo, rendendo non solo l’Italia ma il Mondo dove viviamo un posto migliore dove vivere senza il rischio di non incorrere mai più in una nuova pandemia.

2 commenti

Gianframco 20 Gennaio 2021 - 23:38

Complimenti, Giovanni, un articolo molto interessante perché testimonia la speciale memoria che Ispica conserva di questa tragedia di oltre trecenti anni fa. Il parallelo col covid mi pare che ci ci sta proprio tutto.

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Giovanni Fronte 23 Gennaio 2021 - 13:32

Grazie, Gianfranco…ho cercato di interpretare quello che può essere il sentimento cittadino in questo giorno particolare…riguardo al parallelismo tra terremoto e covid specifico che è stato il tema trattato da Don Manlio nella sua omelia in quella occasione e, alla fine, ripreso anche dal sindaco.

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