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Il Digiuno: la via dell’essenzialità

da Maria Sacchetta
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Il digiuno appartiene, da sempre, alla vita e alla prassi penitenziale della Chiesa: risponde, al bisogno permanente del cristiano di conversione al regno di Dio, di richiesta di perdono per i peccati, di lode al Padre. Nella penitenza è coinvolto l’uomo nella sua totalità di corpo e di spirito; un corpo bisognoso di cibo e di riposo e che pensa, progetta e prega.

Nella Bibbia, nell’Antico Testamento, il digiuno prima di essere una pratica cultuale ufficialmente istituita, è un atto di pietà, compiuto in occasione di una circostanza particolare: si digiuna per prepararsi a ricevere la rivelazione da Dio o prima di una impresa difficile.

Va rilevato però che il digiuno non è un metodo ascetico per liberare l’anima dalla schiavitù della carne.

Esso, invece, accompagnato dalla preghiera, è volto ad esprimere a Dio che ci si affida umilmente a Lui; ci si rivolge a Lui in un atteggiamento di dipendenza e di abbandono totale. I profeti reagiscono contro i digiuni esteriori, mettendo in evidenza che il vero digiuno, il vero modo di umiliarsi davanti al supremo e di prepararsi al suo incontro, è quello di dividere il proprio pane con gli affamati.

Il digiuno quaresimale richiama alla mente i 40 giorni vissuti da Gesù nel deserto.

40 è un numero,menzionato più volte nelle sacre scritture: 40 sono i giorni che Noè passò sotto il diluvio nell’arca, 40 sono gli anni che il popolo ebraico passa nel deserto per arrivare alla terra promessa. Questa cifra esprime il tempo dell’attesa e della purificazione. In quest’ottica viene fuori la dimensione non solo fisica del digiuno ma anche la sua dimensione spirituale.

Come dice don Fabio Bartoli in “Per fortuna c’è la Quaresima”:

“Come ogni altra pratica ascetica, il digiuno ha la sua verità nell’apertura all’altro più che nella rinuncia, è uno svuotarsi per riempirsi, non una semplice rinuncia al proprio appetito, ma piuttosto un orientamento dell’Eros verso Colui che solo è degno di essere amato e desiderato. Non digiuniamo per punirci dei nostri appetiti, ma per imparare a rivolgerli a Chi veramente ha gusto e bellezza, Colui la cui presenza è più dolce del miele e di ogni altra cosa, come canta un antico inno cistercense”.

Non ci viene chiesto di digiunare per reprimere l’appetito ma per imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri, dominare la tentazione di divorare tutto per saziare la nostra ingordigia, apprendere a soffrire per amore, in modo da colmare il vuoto del nostro cuore.  In questo senso il digiuno non deve essere solo digiuno di cibo ma digiuno da tutto ciò che di palliativo utilizziamo per riempire un vuoto interiore e spirituale che invece può essere colmato solo con colui che tutto può.

Questo rito quindi ha un che di salvifico segno della volontà di espiazione, e dall’astinenza dal peccato.

Sant’Agostino affermava:

“Il digiuno veramente grande, quello che impegna tutti gli uomini, è l’astinenza dalle iniquità, dai peccati e dai piaceri illeciti del mondo…”

Bartoli ancora parla del digiuno come una delle armi più potenti del cristiano, forse la più inattuale ma sicuramente la più decisiva perché ci impegna a dominare la natura umana, e farci comprendere che oltre i bisogni che ci sembrano così essenziali c’è qualcos’altro. Di molto più profondo.
Questo non significa solo rinunciare a tutto o solo ai dolci.

Non dobbiamo perdere di vista lo spirito di questa pratica, che è quello di sottomettere il corpo allo spirito. Stare di più con se stessi e allenarsi al distacco dalle cose. Da questo punto di vista non sarebbe affatto male un allontanamento dai social network e da whatsapp.

Il rito quaresimale è un metodo utile ma sarebbe opportuno utilizzarlo spesso durante l’anno. Molti di noi si ritrovano a fallire nella vita spirituale perché si ambisce ad obiettivi troppo alti, invece bisogna fare un passo per volta.

Il genitore non dà al figlio subito l’automobile, si comincia dal triciclo. È la legge della gradualità che, come insegnava Giovanni Paolo II, ci impone di evitare il perfezionismo.

Diceva giustamente Berdjaev:

“ciò che è perfetto non può in alcun modo essere detto cristiano”.

È proprio attraverso le nostre ferite, i nostri difetti, le nostre fragilità che si mostra l’onnipotenza divina: “Quando sono debole è allora che sono forte” diceva san Paolo.

Assumere con gioia la nostra debolezza è la condizione per coltivare la fede e scoprire il Padre.

3 commenti

Donato Bruno 5 Marzo 2021 - 09:42

Thanks 👌

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Massimo innorcia 5 Marzo 2021 - 12:01

Bellissima riflessione Marinella. Hai toccato dei punti essenziali che devono farci riflettere.

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Marinella Sacchetta 5 Marzo 2021 - 17:57

Grazie Massimo veramente gentile…

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