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Il coraggio di lasciar passare la luce.

L'esperienza della Capanna di Betlemme a Chieti

da Redazione
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Fermarsi un momento e rivolgere gli occhi verso noi stessi e ciò che ci circonda può sembrare all’apparenza un gesto tanto semplice e ordinario che spesso ci dimentichiamo quanto sia davvero importante. Durante la giornata siamo così travolti dagli impegni e dalla frenesia degli appuntamenti che solo alla fine scopriamo che questa è giunta al termine. Non troviamo il tempo di dedicare anche un solo minuto a chiederci come stiamo, cosa sentiamo e cosa stiamo facendo. I giorni passano uguali senza comprendere cosa proviamo davvero: le paure, le ansie e lo stress ci assalgono e ci sembra che sia impossibile poter vedere oltre. Eppure se solo alzassimo gli occhi un po’ più in alto potremmo vedere che il mondo vive e noi con lui.
È questa la realtà su cui gli educatori hanno voluto far riflettere noi ragazzi del post cresima durante il nostro ultimo campo estivo avvenuto in Abruzzo e Assisi.

Durante una di queste giornate abbiamo avuto l’occasione di visitare il Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano. Nell’ VIII secolo d. C. accadde che l’ostia e il vino consacrati da un monaco basiliano durante una messa si fecero carne e sangue di Gesù Cristo.  Fu proprio in quel momento che dal dubbio scettico del monaco, il quale non credeva che dietro quel sacramento si celasse Cristo, si manifestò la luce del Mistero divino della transustanziazione. Proprio nella chiesetta di San Legonziano dove è avvenuto il miracolo, don Andrea si è fermato a dialogare con noi. Riprendendo la Parola tratta dal primo libro della Genesi che racconta l’atto della Creazione, si è soffermato nel sottolineare come proprio dal buio delle tenebre possa scoprirsi e manifestarsi la luce della vita: come ognuno di noi, vedendo e affrontando il dolore e le sofferenze, può scegliere con coraggio di trasformare le proprie ferite in feritoie da cui la luce può passare e farsi faro della nostra vita.

È stato questo il prezioso messaggio che successivamente abbiamo avuto l’occasione di vivere e toccare con mano noi stessi a Chieti presso la Capanna di Betlemme. Si tratta di una rete di case e presidi di pronta accoglienza, gestita dai ragazzi dell’associazione papa Giovanni XXIII, per coloro che sono senza fissa dimora o vivono in estrema povertà. La realtà della capanna di Betlemme, come ci hanno raccontato i ragazzi dell’associazione, nasce con l’obbiettivo di farsi vera famiglia e di ridare dignità e riconoscimento a coloro che ne hanno bisogno, che vivono nella solitudine o nella sofferenza della povertà o della disabilità. È qui che la capanna si fa casa e permette, a chi ha l’occasione di viverla, di scoprirsi bisognoso del prossimo, dimostrando che è proprio attraverso l’aiuto dell’altro che la luce della bellezza dentro di ognuno di noi riesce a diradare anche le tenebre più fitte.

di Sofia Ruta

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