Home Annunziando Non solo ballo e gioco: la voce degli animatori del campo “Ritorno al Presente”

Non solo ballo e gioco: la voce degli animatori del campo “Ritorno al Presente”

da Redazione
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Quando si pensa alla figura dell’animatore, ai campi scuola o al Grest, il pensiero corre quasi automaticamente ai giochi, ai canti, ai balli sotto il sole: l’aspetto più visibile, quello che si vede nelle foto e nei video. Ma chi ha vissuto un campo scuola da vicino sa che dietro quell’allegria si nasconde qualcosa di molto più profondo. L’animatore, soprattutto in un’esperienza come quella dei campi scuola per adolescenti, diventa un canale di comunicazione privilegiato tra l’educatore e il ragazzo: un ponte capace di raggiungere luoghi che l’adulto, da solo, farebbe fatica a toccare.

La differenza d’età, spesso minima, è proprio ciò che permette agli animatori di abbattere le distanze generazionali e di trovare modi di comunicare più immediati, più efficaci, più “alla portata” dei ragazzi. Non sono visti come figure autorevoli e distanti, ma come pares inter pares, pari tra pari: qualcuno che ha appena vissuto ciò che loro stanno vivendo, e che per questo può ascoltare senza giudicare. È in questo spazio di fiducia che, spesso, i ragazzi finiscono con il confidarsi, con l’aprirsi su paure e desideri che con un adulto non condividerebbero con altrettanta facilità.

Le testimonianze di Aurora, Giada e Sofia, animatrici al campo scuola “Ritorno al Presente” per i ragazzi di 13-14 anni, raccontano bene tutto questo: la fatica, la paura di non essere all’altezza, ma anche la scoperta che educare, prima di ogni tecnica, significa esserci.

Aurora: «Il presente è ciò che va curato per costruire il futuro»
Quest’anno, oltre ad accompagnare i bambini di quinta elementare nell’esperienza del campeggio, ho accompagnato anche i ragazzi di terza media. La loro, però, secondo me rappresenta un’esperienza un po’ diversa rispetto alle altre. Si sono trovati tutti insieme a riflettere sul tema del “Ritorno al presente”, cioè saper vivere a pieno e sfruttare l’attimo presente, staccandosi dagli scheletri del passato che a volte svolgono un ruolo quasi di “ancora” nelle nostre vite, e staccandosi anche da tutti i pensieri legati al futuro che ci tormentano con obiettivi spesso così lontani.

Spero di averli aiutati, attraverso il gioco, la condivisione e la fede, a capire che è il presente che va curato per costruire il futuro, e che le cicatrici del passato non sono altro che input che dovrebbero spingerli a vivere a pieno. Abbiamo parlato di fiducia, amicizia, impegno, sacrificio: valori che auguro loro di non perdere mai di vista e di coltivare sempre dentro di sé.
Nonostante la fatica e la paura di non essere all’altezza, sono riuscita a essere un punto di riferimento per tutti loro, perché in fondo fare l’animatrice vuol dire donarsi all’altro per cercare di lasciare in loro un qualcosa, raccontando le mie esperienze e quello che ho provato io alla loro età. Mi sono rivista molto in loro: anch’io temevo il giudizio degli altri nei momenti di condivisione, anch’io lottavo contro la timidezza nonostante avessi dentro mille cose da dire.
Questo campeggio è stato per me un tassello in più da aggiungere a tutte le esperienze che finora ho fatto e che arricchiscono giorno dopo giorno il mio cuore. Un grazie particolare a don Manlio, Katia, Pietro e Marinella per aver creduto in me e negli altri animatori: siete speciali. (Aurora Galfo)

Nelle parole di Aurora emerge con chiarezza il cuore del “donarsi”: l’animatrice non porta ai ragazzi solo attività, ma la propria storia, le proprie fragilità superate, offerte come chiave per aiutare loro a leggere le proprie. È proprio riconoscendosi nei ragazzi — nella stessa timidezza, nella stessa paura del giudizio — che Aurora riesce a diventare per loro un punto di riferimento credibile, perché non finto, non recitato: vissuto.

Giada: «Un’occasione di crescita anche per me»
Non era la prima volta che partecipavo a un campeggio come animatrice, ma questa esperienza è stata diversa perché mi sono trovata per la prima volta a condividere questi giorni con ragazzi che stanno per iniziare le superiori. All’inizio ero un po’ titubante, perché faccio fatica a dare subito confidenza e ad aprirmi con chi non conosco. Giorno dopo giorno, però, ho cercato di mettermi in gioco e sono riuscita a creare un rapporto con loro, sentendomi sempre più a mio agio.
Anche il tema “Ritorno al presente” ha assunto per me un significato particolare. Mi ha fatto riflettere su quanto spesso siamo concentrati sul passato o sul futuro, dimenticandoci di vivere ciò che abbiamo davanti. Durante questi tre giorni ho imparato a dare più valore ai momenti semplici, alle risate, alle conversazioni e alla condivisione.
Alla fine, ho capito che il campeggio non è stato solo un’esperienza per i ragazzi, ma anche un’occasione di crescita per me: mi ha aiutata ad aprirmi, a mettermi in gioco e a vivere maggiormente il presente, senza preoccuparmi troppo di ciò che è stato o di ciò che sarà. (Giada Borghi)

La testimonianza di Giada ci ricorda una cosa che spesso si dimentica: l’educazione è sempre reciproca. Chi accompagna i ragazzi nel loro cammino, in realtà, cammina insieme a loro anche nel proprio.

Il tema del campo, “Ritorno al presente”, non è rimasto un semplice slogan da spiegare ai ragazzi: è diventato, per l’animatrice stessa, un invito a vivere con più pienezza, un dono che si rovescia su chi lo offre.

Sofia: «Non ero una figura distante, ma un compagno di viaggio»
Non servono decenni di differenza di età per fare l’animatore. A volte basta anche solo un anno: quello che ti permette di ricordare perfettamente cosa si prova ad avere tredici anni, ma che ti dona quel briciolo di maturità in più per provare a guidare gli altri.
Quando siamo partiti per questo campo di tre giorni con i ragazzi di terza media, dentro di me c’era una strana miscela di agitazione ed entusiasmo. Guardandoli negli occhi vedevo me stessa e il modo in cui negli anni ho vissuto i campi: la stessa voglia di fare gruppo, quella sottile paura di non essere accettati e l’energia inesauribile di chi si affaccia all’adolescenza. La verità è che il limite tra essere “l’animatore” e “uno di loro” è rimasto sottilissimo per tutti e tre i giorni. Non ero una figura autorevole e distante, ma un compagno di viaggio leggermente più grande.
Questi tre giorni sono volati tra giochi, camminate e risate. È stato proprio in quei momenti che la poca differenza d’età si è trasformata nel nostro punto di forza più grande. I ragazzi non vedevano in me un adulto, pronto a giudicare o a dare lezioni di vita, ma qualcuno con cui potevano scherzare, parlare e, soprattutto, aprirsi nei momenti in cui ne sentivano la necessità.
Uno dei momenti che mi ha segnato di più in questo campo è quando, insieme agli altri animatori, ho dovuto organizzare la caccia al tesoro. Ciò che mi ha colpito di più è l’impegno e l’attenzione che ho messo nello scegliere il posto di ogni sfida, oppure nel pensare a cosa scrivere negli indizi: ed è proprio in quel momento che sono riuscita a dare il meglio di me, cercando di donare la migliore esperienza e un fantastico ricordo ai ragazzi.
Tornata a casa ero stanca e sfinita, ma con il cuore pieno di gioia. Questo campo mi ha insegnato che educare significa soprattutto esserci, condividere lo stesso percorso e saper ascoltare gli altri. Sui volti dei ragazzi ho visto crescere il senso di appartenenza; dentro di me resta il ricordo indelebile dei momenti passati assieme, dove abbiamo scherzato e riso come matti. (Sofia Ganci)

Le parole di Sofia mettono a fuoco, forse più di ogni altra, il senso profondo di questo servizio: la vicinanza d’età non è un limite da colmare, ma una risorsa da abitare. È proprio in quel “sottilissimo confine” tra animatore e amico che i ragazzi trovano lo spazio sicuro per aprirsi, e che l’educazione — quella vera — passa attraverso la condivisione, prima ancora che attraverso le parole.

Tre voci diverse, tre modi diversi di vivere lo stesso servizio, ma un unico filo che le lega: la scoperta che fare l’animatore non è recitare una parte, ma donarsi davvero, con le proprie fragilità e con la propria gioia. Ed è proprio la gioia il segno più autentico che attraversa queste testimonianze: la fatica, l’agitazione, la paura di non essere all’altezza si trasformano, alla fine di ogni giornata, in un cuore pieno.

Non è un caso. Il cristiano, in fondo, si riconosce prima di tutto dalla gioia: non un’euforia superficiale, ma quella pace profonda che nasce dal sapersi donati, dal sapere che il bene fatto — anche piccolo, anche faticoso — porta frutto. San Giovanni Bosco lo diceva con parole semplici e dirette ai suoi ragazzi: il demonio ha paura della gente allegra. È proprio questa gioia, contagiosa e vera, che Aurora, Giada e Sofia hanno portato — e ricevuto — in questi giorni di campo, insieme ai ragazzi che hanno accompagnato nel loro “Ritorno al presente”.

I Giovani Animatori AcG

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