C’è qualcosa di sorprendentemente semplice che sta accadendo, da qualche settimana, nella chiesetta di San Biagio. Si entra, ci si ferma davanti a Gesù Eucarestia. Qualche minuto di silenzio, e poi si prende una penna. Non sembra molto. E invece lo è.
Abbiamo chiesto a chi viene a pregare di scrivere una propria intenzione, una preghiera, una persona da affidare, una situazione per la quale chiedere luce, forza, guarigione, perdono. Non necessariamente una bella frase. Non qualcosa di “spirituale”. Semplicemente quello che abbiamo dentro. E posso dire che, a distanza di qualche settimana, un vero proprio mondo interiore si è aperto.
Perché scrivere? Mettere una preghiera per iscritto è già un piccolo atto di verità: significa dare un nome a ciò che portiamo nel cuore. A volte persino a ciò che facciamo fatica a dire a noi stessi.
Davanti a Gesù non servono molte parole. San Giovanni Paolo II, parlando dell’adorazione eucaristica, ricordava che la preghiera autentica richiede un «profondo silenzio interiore» e che davanti al Signore possiamo portare anche ciò che ci pesa e di cui ci vergogniamo.
E allora può bastare una riga.
«Gesù, pensaci Tu!»
Oppure:
«Resta con noi, Signore.»
O ancora, nella preghiera della Chiesa:
«Non la mia, ma la tua volontà si compia.»
Sono parole brevi. Ma dentro possono starci una vita intera.
Il bello di questa esperienza è proprio questo: la preghiera diventa concreta. Scrivo il nome di una persona che amo, una preoccupazione, un grazie, una richiesta di perdono. Scrivo semplicemente: “Signore, aiutami.” E poi lascio quella preghiera. Non devo più tenerla tutta sulle mie spalle. La consegno a Gesù. La Chiesa ci ricorda che l’Eucarestia alimenta il cammino quotidiano di conversione e che l’incontro con Cristo è capace di orientare nuovamente il cuore verso Dio.
Stiamo scoprendo che l’adorazione eucaristica fa bene: ci rimette al nostro posto davanti a Dio. Ci aiuta a smettere, almeno per qualche minuto, di voler risolvere tutto da soli.
San Biagio sta diventando lentamente un luogo dove questo silenzio può essere abitato. Non un silenzio vuoto, ma pieno di presenze, di volti, di storie. Il Catechismo parla della preghiera come di una relazione filiale con Dio e richiama la preghiera «nel segreto», senza la necessità di moltiplicare le parole. Scopriamo con grande sorpresa che non abbiamo sempre bisogno di dire qualcosa. Abbiamo bisogno, qualche volta, semplicemente di stare con Lui. Anche dieci minuti. Per respirare, per ascoltare, per affidare.
Le intenzioni raccolte durante la settimana non rimangono preghiere isolate. Ogni sabato sera vengono portate all’altare durante la Santa Messa e affidate insieme al Signore. Così la mia preghiera diventa anche la tua. La tua preghiera diventa la nostra. E una piccola chiesetta diventa il luogo in cui una comunità impara a portarsi reciprocamente davanti a Dio. È una dimensione profondamente ecclesiale della preghiera: i Salmi stessi, ricorda il Catechismo, tengono insieme la dimensione personale e quella comunitaria.
San Biagio: non semplicemente una chiesa aperta, ma una chiesa che prega. Dove qualcuno entra per ringraziare, qualcuno per chiedere, qualcuno per piangere, qualcuno per ritrovare la fede. Una chiesetta dove una madre può affidare un figlio, un giovane il proprio futuro, una persona anziana una preoccupazione, qualcuno semplicemente il desiderio di ricominciare.
E tutti, senza conoscersi necessariamente, diventano parte della stessa preghiera. San Biagio sta diventando, piano piano, un cuore pulsante dell’apostolato e della vita della nostra città: un cuore silenzioso, eucaristico, aperto. Perché dall’adorazione non si esce semplicemente più tranquilli.
Si può uscire più disponibili ad amare, a perdonare, a servire, a ricominciare, scoprendo che pregare è anche questo: avere finalmente un luogo dove poter consegnare tutto.
