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Di Don Bosco, le castagne e il miracolo della vita

da Don Manlio Savarino
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«Don, ma davvero dobbiamo credere che Don Bosco abbia moltiplicato le castagne? Ma come si fa? Non è possibile! I miracoli non stanno né in cielo né in terra!».

La ricordo più o meno così la battuta di qualcuno degli studenti l’altieri a scuola, di quelle che ogni tanto saltano fuori durante una lezione quando si prova a parlare di miracoli. Una provocazione intelligente, forse anche un po’ ironica, che merita di essere raccolta. E allora rilancio: «Va bene, lasciamo stare per un momento le castagne. Ma voi, sapreste moltiplicare la vita?». Perché, a pensarci bene, questa è una sfida ancora più interessante.

La storia che accompagna la tradizione salesiana ci riporta al 1849. Don Bosco aveva accompagnato al camposanto un gran numero di ragazzi dell’Oratorio, diverse centinaia. Al ritorno aveva promesso loro una bella distribuzione di castagne lesse. Mamma Margherita, però, pensando che bastassero, ne aveva cotto soltanto una piccola quantità, mentre i ragazzi in attesa erano davvero tantissimi.

Quando il giovane Giuseppe Buzzetti si accorse della situazione, avvertì Don Bosco: le castagne non sarebbero mai bastate per tutti! Ma Don Bosco, senza perdere la serenità, prese una cesta e cominciò a distribuirle ai ragazzi con un piccolo mestolo. E accadde qualcosa di straordinario: la cesta non si svuotava. Le castagne continuarono a bastare per tutti, fino a diventare un racconto che ancora oggi attraversa la memoria degli oratori salesiani.

Un miracolo? La ragione può interrogarsi, discutere, cercare spiegazioni e non occorre nemmeno convincere a tutti i costi tutti. Ma qualcosa infondo questa storia la consegna e sulla quale vale davvero la pena fermarsi.

Credere ai miracoli? Forse no. Ma credere alla vita, sì!

Il miracolo più grande di Don Bosco non è stato soltanto quello di moltiplicare le castagne, ma quello di aver moltiplicato la vita nella società dell’Ottocento. In un tempo attraversato da povertà, disuguaglianze, difficoltà e giovani spesso lasciati ai margini, Don Bosco ha saputo vedere ciò che altri non vedevano: una possibilità dove sembrava esserci soltanto un problema, un futuro dove tanti intravedevano soltanto una difficoltà.

Ha saputo guardare lontano, da autentico santo sociale dell’Ottocento. Ha aperto le porte, allargato la tavola, fatto spazio ai ragazzi. Ha creduto che nessuna vita fosse troppo piccola per diventare grande e che nessun giovane fosse destinato a rimanere indietro, a rappresentare la classe dei «maranza». Un messaggio per i nostri giorni.

Quando parliamo dei ragazzi di oggi, dei loro comportamenti, delle violenze e degli episodi che ci lasciano senza parole, non dovremmo forse avere il coraggio di guardare anche il mondo adulto che abbiamo costruito intorno a loro? Allora viene da chiedersi: dov’erano e dove sono gli adulti? Dov’è una politica capace di leggere davvero questi cambiamenti?

Non possiamo indignarci per i ragazzi che perdiamo e poi accettare di perdere la scuola, realtà educativa per eccellenza. Non possiamo chiedere agli insegnanti di moltiplicare miracolosamente le proprie energie, lasciandoli senza strumenti, sostegno e risorse. Se non rimettiamo mano seriamente a un grande progetto educativo e scolastico, investendo nell’educazione e nelle relazioni almeno con la stessa determinazione con cui oggi investiamo risorse enormi negli armamenti, rischiamo di non uscire da queste crisi.

Forse, prima di domandarci perché i ragazzi non ascoltano più gli adulti, dovremmo domandarci se noi adulti abbiamo ancora qualcosa di credibile da dire loro. Direi che non basta pretendere giovani migliori: bisogna anche costruire un mondo che permetta loro di diventarlo.

Come Don Bosco allora potremo moltiplicare la vita. La moltiplichiamo quando troviamo il tempo per ascoltare qualcuno, quando ci accorgiamo di chi è rimasto indietro, quando trasformiamo una parola buona in un incoraggiamento, quando scegliamo di non giudicare ma di accompagnare. La moltiplichiamo quando facciamo entrare gli altri nella nostra vita, senza vivere le relazioni come un peso o come qualcosa che ci sottrae energie, quando la prevenzione in tempo e cuore ha il primato sulla repressione, aliena al cuore umano. L’amore vero è quello che non consuma: allarga gli spazi del cuore.

È la stessa logica del Vangelo, quella del pane spezzato: ciò che viene condiviso non necessariamente diminuisce, ma può diventare abbondanza per tutti. Il dono non impoverisce, genera. E ciò che mettiamo nelle mani degli altri, quando è offerto con amore, può produrre frutti che non avremmo mai immaginato.

Anche quest’anno, nella nostra comunità parrocchiale, insieme alla tradizione salesiana, torniamo a rievocare il miracolo delle castagne con la consueta castagnata autunnale. Un appuntamento semplice, fatto di profumi, sorrisi, ragazzi, famiglie e voglia di stare insieme. Un’occasione per custodire una memoria bella e per ritrovarci attorno a una tradizione che parla ancora al presente.

E mentre le castagne passano di mano in mano,  potremmo provare a raccogliere la sfida di Don Bosco: non limitarci a ricordare un miracolo di tanti anni fa, ma provare a farne accadere uno ogni giorno. Non serviranno delle ceste misteriosamente inesauribili. Basterà un po’ di tempo donato, un’attenzione sincera, una porta aperta, un sorriso, una mano tesa.

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