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Angelica, la forza fragile della vita

Ai giovani che cercano il coraggio di vivere davvero

da Don Manlio Savarino
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Il 28 maggio ricorre l’anniversario della nascita al Cielo di Angelica Fronterrè, giovane della nostra comunità parrocchiale, tornata improvvisamente alla Casa del Padre la sera del 28 maggio 2024.

Aveva 31 anni. Era nata il 24 luglio 1992.
Eppure, dentro quella giovane esistenza segnata dalla fragilità, abitava una forza rara, capace ancora oggi di parlare al cuore di tanti, soprattutto dei giovani.

Angelica aveva conosciuto la malattia da giovanissima. Una forma rara e progressiva che, col tempo, l’aveva costretta alla sedia a rotelle e ad importanti difficoltà respiratorie. Ma chi l’ha incontrata davvero sa bene che la sua vita non può essere raccontata partendo dalla malattia. Perché Angelica non coincideva con il suo limite. Era infinitamente di più.

Era una ragazza assetata di vita. Aveva il desiderio ostinato di vivere pienamente, non “in riserva”. Non ai margini. Non in un angolo. Voleva stare “in area di rigore”, sotto porta, dentro il gioco della vita fino in fondo, anche quando tutto sembrava dirle il contrario.

E forse è proprio questo il primo dono che oggi consegna a noi tutti: la vita non è vera perché perfetta, ma perché amata. Anche quando è fragile. Anche quando fa paura. Anche quando sembra toglierti più di quanto ti conceda. Angelica non nascondeva la sua sofferenza. Nei suoi messaggi, di cui sono gelosamente custode, emerge tutta la lotta di una giovane donna che conosceva il peso della solitudine, delle attese deluse, della dipendenza dagli altri, delle notti insonni e della paura di sentirsi “di troppo”. Scriveva:

“Oggi come altri giorni, mi pesa il non poter essere indipendente. Il dover sempre chiedere… quanta fortuna hanno coloro che sono autonomi.”

Oppure:

“Vorrei essere ancora padrona di me stessa… a volte mi viene istintivo volermi alzare dalla sedia, ma non riesco e mi arrabbio.”

Parole dure. Vere. Senza filtri. E proprio per questo straordinariamente umane.

Angelica non fingeva di stare bene. Non costruiva maschere spirituali. Non trasformava il dolore in slogan. Lo attraversava. Lo interrogava. Lo portava davanti a Dio. Ed è qui che la sua testimonianza diventa luminosa.

Perché, nonostante tutto, continuava a scegliere la vita. Continuava a cercare il bene. Continuava a desiderare amore. Continuava a preoccuparsi degli altri. In un messaggio scriveva:

“Ma xk nn facciamo qualcosa per questi ragazzi… un numero anonimo per parlare con qualcuno… qualcosa che implichi l’ascoltare senza essere giudicati.”

Aveva capito qualcosa di fondamentale: ci sono ferite che guariscono soltanto quando qualcuno ti ascolta davvero. E mentre lei stessa combatteva contro i suoi demoni interiori, pensava ai poveri, agli ultimi, ai soli:

“Volevo fare un regalo a una famiglia povera che non può permettersi una cena di Natale… non posso fare ostriche e caviale… però qualcosa di caldo e buono sì.”

Questa era Angelica. Una ragazza che soffriva e, contemporaneamente, cercava di creare bellezza attorno a sé. Aveva un’anima profondissima. Una sensibilità quasi disarmante.

Scriveva:

“Ho sempre e solo avuto un’aspirazione nella vita. Essere una bella persona.”

Non famosa. Non perfetta. Non vincente secondo i criteri del mondo. Una bella persona.

E forse è questa la domanda che oggi la sua vita consegna ai giovani: che tipo di persona vuoi diventare? In un tempo in cui tutto sembra chiedere prestazioni, apparenze e perfezione, Angelica insegna che il valore di una vita non dipende da quanto riesci a correre, ma da quanto riesci ad amare.

Lei amava profondamente. Amava la sua famiglia: papà Giovanni — tornato al Padre lo scorso anno —, mamma Assunta, esempio silenzioso e fortissimo di fede e dedizione, i fratelli Pierpaolo e Gabriele, le sorelle Antonella e Alice, legatissime a lei, e quei nipotini che l’amavano immensamente.

Amava gli amici. Amava sentirsi parte della vita degli altri. Amava persino l’idea di poter essere utile.

In uno dei suoi messaggi raccontava:

“Sono io a occuparmi della casa, della spesa, le bollette… la mia piccola pensione mi fa sentire utile.”

Persino dentro la fragilità cercava un modo per donarsi. Eppure Angelica conosceva anche il buio.
Ci sono pagine dei suoi messaggi che fanno male da quanto sono vere. La paura di non essere amata, il sentirsi esclusa, il vedere gli altri andare avanti mentre lei rimaneva ferma. Scriveva:

“Il sabato è il giorno della settimana che più non mi piace. In un modo o nell’altro la gente si organizza per fare qualcosa… e io rimango a guardare.”

E ancora:

“Vorrei solo stare bene… vorrei vivere la mia vita come fanno tutti.”

Dentro queste parole ci sono tanti giovani di oggi. Giovani che sorridono fuori e combattono dentro. Giovani che si sentono insufficienti, sbagliati, non scelti, non amati abbastanza. Per questo Angelica parla ancora. Perché non è stata un’eroina irraggiungibile. È stata una ragazza vera.

Una ragazza che ha conosciuto l’amore, le delusioni sentimentali, i sogni, le cadute, le insicurezze, il desiderio di sentirsi desiderata. Una ragazza che ha studiato, viaggiato, sperato, lottato con se stessa e con Dio.

Già, Dio.

Negli ultimi anni aveva scoperto nel Signore non una formula religiosa, ma una presenza viva con cui perfino discutere. A volte lo cercava con rabbia, altre con dolcezza infinita. Scriveva:

“So che il Signore ha un progetto e devo solo aspettare. Forse non è ancora il momento.”

E in uno dei suoi messaggi più profondi confidava:

“A volte ho desiderato tanto che mi chiamasse… ma avevo paura che se mi fossi spenta non avrei trovato le Sue braccia a cullarmi… allora chiudevo gli occhi e immaginavo Lui così grande, e io così piccola tra le Sue mani.”

Sono parole che oggi sembrano una carezza lasciata in eredità a tutti noi.

Da quando ho avuto modo di conoscerla, ho imparato ad apprezzarne la semplicità, la lucidità dei pensieri, la profondità dei discorsi e soprattutto quella voglia irriducibile di vivere davvero. Angelica non voleva “tirare avanti”. Voleva vivere intensamente. Cercava il senso delle cose. Cercava relazioni vere. Cercava infinito.

Ecco perché la sua testimonianza merita di essere consegnata ai giovani. Perché in una società che spesso insegna a scappare dalla fragilità, Angelica ci insegna che si può essere fragili senza smettere di essere forti. Che si può cadere senza perdere dignità, che si può piangere senza smettere di sperare, che si può vivere una vita piena anche dentro limiti enormi.

In uno dei suoi messaggi più straordinari scriveva:

“Forse io non sono una piazza, dove la gente si ferma con gli amici… forse io sono più una strada… una di quelle difficili da percorrere, piena di pietre e di buche… ma sono sicura di condurre da qualche parte.”

Sì, Angelica ha condotto da qualche parte. Ha condotto molti dentro domande vere, dentro una umanità più autentica, dentro il coraggio di guardarsi dentro senza mentire.

E forse oggi, a distanza di due anni, continua ancora a dirci che vale sempre la pena scegliere la vita. Sempre, anche quando è difficile, quando sembra ingiusta, quando ti lascia addosso ferite che nessuno vede.

Perché una vita bella non è una vita senza cicatrici ma una vita che, nonostante tutto, continua ad amare.

E allora grazie, Angelica, per averci insegnato che la fragilità non è una sconfitta, che si può essere luce anche da una stanza e si può parlare al cuore del mondo anche restando apparentemente nascosti.

Forse davvero queste parole sembrano scritte per te:

“Beato te quando decidi di andare avanti nonostante tutto.
Beato te quando trovi forze nuove per creare bellezza.
Beato te quando resisti e quando cadi, perché lì si vede che siamo umani.”

Ed è proprio lì, nella tua umanità vera, fragile e luminosa, che continui ancora oggi a parlare a noi.

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