Home Da Mihi Animas C’era una volta la Badia…

C’era una volta la Badia…

da Nicole Caruso
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La devozione a San Giuseppe, festeggiato nei giorni scorsi, ci invita a “comprendere il passato per camminare in comunione verso il futuro” come recita il frontespizio del libro “S. Giuseppe a Ispica” di monsignor Salvatore Guastella, storico della diocesi di Noto, commissionatogli dalla Confraternita di San Giuseppe nel 1993. Il libro ripercorre fra l’altro il passaggio fra la chiesa attigua alla Badia e quella attuale.

Il Monastero di San Giuseppe delle Benedettine nel 1661 esisteva già, visto che il 21 maggio di quell’anno il vescovo di Siracusa dell’epoca ne dispose l’annessione alla chiesa attigua per “potersi udire le confessioni dei fedeli limitatamente alla vigilia e nella festa di S. Giuseppe e per la festa di S. Margherita”. “In quell’anno il numero delle Benedettine è di otto” riporta il Guastella nel suo libro.

Il monastero sorgeva accanto alla chiesa nei locali siti nell’attuale corso Vittorio Emanuele, ex via Lungo Piazza, angolo via Cadorna. Oggi, al posto della chiesetta, c’è una nuova costruzione con un mini-market. Seriamente danneggiati dal terremoto dell’11 gennaio 1693, chiesa e monastero furono riedificati e riaperti il 18 marzo del 1714. Gli stessi sopravvissero alla successiva scossa di terremoto del 1727. Nel 1847 furono oggetto della visita pastorale dell’allora vescovo Giuseppe Menditto, primo vescovo della neo-costituita diocesi di Noto. Successivamente, nel 1861, con la proclamazione del Regno D’Italia venne effettuata la verifica delle opere d’arte contenute nel monastero, constatando che non vi esistevano opere di pregio, mentre risale al 1862 un documento del Circondario di Modica, Mandamento di Spaccaforno, che nell’elenco delle Case di Corporazioni religiose nella Provincia di Noto parla di un fabbricato adibito a monastero con annessa chiesa la cui rendita “per la sua vetustà e decadenza può calcolarsi ad onze circa, cioè L. 10.200”.

E’ il regio decreto del 7 luglio 1866 che, con la soppressione delle corporazioni religiose e l’esproprio dei beni religiosi, sancisce anche ad Ispica la fine della presenza di Carmelitani, Cappuccini, Minori osservanti e del monastero benedettino di San Giuseppe. Proprio quest’ultimo, con delibera del Consiglio comunale di Spaccaforno dell’11 dicembre 1878, venne destinato a Ricovero di mendicità e sede d’istruzione della banda musicale, per poi stabilirvi un ospedale civico e la biblioteca comunale.

Quanto alla chiesa, mentre quelle della Madonna del Carmine e di Santa Maria di Gesù, attigue ai conventi omonimi, furono salvate e ci sono giunte integre, quella di San Giuseppe sopravvisse fino al 1960, quando la Curia vescovile di Noto la vendette agli attuali proprietari che la demolirono per edificarsi la propria attuale abitazione.

Accanto resiste ancora oggi l’ex monastero, trasformato in pretura dal comune ed oggi sede della banda Città di Ispica.

La struttura è chiamata ancora oggi con il termine Badia, traccia di una memoria che non ne vuole cancellare il motivo per cui era stata edificata. Il culto di San Giuseppe sopravvisse alla demolizione dell’omonima vecchia chiesa, e la statua, collocata temporaneamente nella SS. Annunziata, venne poi traslata nella nuova costruzione chiesastica intitolata a San Giuseppe nel quartiere omonimo di recente espansione residenziale. Profetiche appaiono oggi le parole del canonico Bonomo (1881-1965), rettore della chiesa di San Giuseppe che, cercando in tutti i modi di evitare la chiusura della chiesetta di San Giuseppe, scrisse al vescovo di Noto dicendosi “convinto che è ardua impresa spegnere una lampada dall’aureola del Santo” (15 agosto 1955).

(nella foto il monastero di San Giuseppe)

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