Home Tra terra e cielo Verso l’Alto e verso l’altro: il grande messaggio della Grecia nella lettura di Francesco

Verso l’Alto e verso l’altro: il grande messaggio della Grecia nella lettura di Francesco

da Redazione
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«Senza Atene e senza la Grecia l’Europa e il mondo non sarebbero quello che sono. Sarebbero meno sapienti e meno felici». È questa una delle affermazioni che aprono il discorso pronunciato da Francesco nel Palazzo presidenziale di Atene il 4 dicembre 2021, in occasione del viaggio apostolico a Cipro e in Grecia.  Lo accoglie la Presidente della Repubblica Ellenica Ekaterini Sakellaropoulou, in carica dal 13 marzo 2020 (a sette anni esatti dalla sua elezione a papa). Una donna specialista in diritto ambientale e in diritto pubblico che ha combattuto la corruzione del suo Paese. Rivolgendosi al pontefice, la Presidente ha mostrato di condividere con lui le grandi tematiche del presente. Per lei la religione non è un semplice fattore di orientamento della vita dei credenti, ma va considerata in relazione alla politica «della cura e dell’umanità».

Il discorso del Papa va ben oltre lo stereotipo della Grecia come nazione in default. Ne propone invece una visione “radicale”. La filosofia costituisce la radice e l’ossatura dell’Europa (assieme alla concezione ebraico-cristiana dell’uomo e di Dio), e per mezzo di essa la Grecia ha donato al mondo una forma di sapienza che ha insita la dimensione della felicità. Si tratta di una felicità «non individuale e isolata, ma che, nascendo dallo stupore, tende all’infinito e si apre alla comunità; una felicità sapiente, che da questi luoghi si è diffusa ovunque».

Nel discorso di Francesco Atene acquista un valore simbolico. La parte alta della città, l’Acropoli, diviene un segno dell’aspirazione umana a sollevarsi dalla condizione puramente storico-naturale: «È il richiamo ad allargare gli orizzonti verso l’Alto: dal Monte Olimpo all’Acropoli al Monte Athos, la Grecia invita l’uomo di ogni tempo a orientare il viaggio della vita verso l’Alto. Verso Dio, perché abbiamo bisogno della trascendenza per essere veramente umani».

Ma Atene è anche la città nella quale l’individuo ha imparato a riflettere sul rapporto con i propri simili. In essa l’uomo ha visto se stesso come «animale politico» (Aristotele, Politica, I, 2) e dal concetto di suddito si è passati a quello cittadino. Nel corso della sua storia, Atene si è protesa verso la diversità: in essa «lo sguardo, oltre che verso l’Alto, viene sospinto anche verso l’altro. Ce lo ricorda il mare, su cui Atene si affaccia e che orienta la vocazione di questa terra, posta nel cuore del Mediterraneo per essere ponte tra le genti. Qui grandi storici si sono appassionati nel raccontare le storie dei popoli vicini e lontani. Qui, secondo la nota affermazione di Socrate, si è iniziato a sentirsi cittadini non solo della propria patria, ma del mondo intero […] Qui è nata la democrazia. La culla, millenni dopo, è diventata una casa, una grande casa di popoli democratici: mi riferisco all’Unione Europea e al sogno di pace e fraternità che rappresenta per tanti popoli». Il salto dalla culla alla realtà compiuta della casa ha richiesto circa due millenni e mezzo, e non è stato lineare. Ma l’accostamento è chiaramente voluto da Francesco: la casa comune europea è il luogo nel quale è maturata l’istanza democratica germogliata in Grecia.  E assieme alla democrazia, nel continente europeo si è affermata la pace.

Su questo scenario ideale, Francesco delinea i problemi attuali e solleva quello dell’odierno «arretramento della democrazia», la quale «è complessa mentre l’autoritarismo è sbrigativo e le facili rassicurazioni proposte dai populismi appaiono allettanti». Indica nello «scetticismo democratico» l’effetto della ricerca di sicurezza di molte società «anestetizzate dal consumismo» e «dalla distanza delle istituzioni, dal timore della perdita di identità, dalla burocrazia». Il rimedio che segnala è quello della buona politica, intesa come «arte del bene comune. Affinché il bene sia davvero partecipato, un’attenzione particolare, direi prioritaria, va rivolta alle fasce più deboli».

I sintomi della crisi sono chiaramente evidenziati: «si diffondono ogni giorno paure e si elaborano teorie per contrapporsi agli altri. Aiutiamoci invece a passare dal parteggiare al partecipare; dall’impegnarsi solo a sostenere la propria parte al coinvolgersi attivamente per la promozione di tutti». E così il Pontefice non esita a tirare in ballo l’Europa di oggi: «Ma anche il temporeggiare europeo perdura: la Comunità europea, lacerata da egoismi nazionalistici, anziché essere traino di solidarietà, alcune volte appare bloccata e scoordinata». Propone un metodo d’analisi: «Vorrei esortare nuovamente a una visione d’insieme, comunitaria, di fronte alla questione migratoria» e indica l’inevitabilità e le opportunità del fenomeno migratorio: «Più che un ostacolo per il presente, ciò rappresenta una garanzia per il futuro, perché sia nel segno di una convivenza pacifica con quanti sempre di più sono costretti a fuggire in cerca di casa e di speranza».

Francesco continua il discorso con immagini suggestive, evocando Omero e la sua più straordinaria creazione, la figura di Ulisse: «Loro [i migranti] sono i protagonisti di una terribile moderna odissea. Mi piace ricordare che quando Ulisse approdò a Itaca non fu riconosciuto dai signori del luogo, che gli avevano usurpato casa e beni, ma da chi si era preso cura di lui. La sua nutrice capì che era lui vedendo le sue cicatrici. Le sofferenze ci accomunano e riconoscere l’appartenenza alla stessa fragile umanità sarà di aiuto per costruire un futuro più integrato e pacifico. Trasformiamo in audace opportunità ciò che sembra solo una malcapitata avversità!». L’avversità è la pandemia, che «ci ha fatti riscoprire fragili, bisognosi degli altri». Proprio da essa l’umanità deve ripartire, per coglierla come «audace opportunità» (tutto il Vangelo è audace!) che consenta di realizzare un mondo solidale e integrato.

Il Papa legge i sintomi dello scetticismo diffuso: «Può sembrare un’utopia, un viaggio senza speranza in un mare turbolento, un’odissea lunga e irrealizzabile». Non si può non pensare a quante volte abbiamo udito dalla bocca di credenti che partecipano all’eucarestia slogan inoculati da personaggi che tentano di appropriarsi dei simboli della fede cristiana per fini puramente umani: da «aiutiamoli a casa loro» a «prima gli italiani» all’equivoco richiamo a quei «valori cristiani dell’Europa» dei quali si fanno beffa regolarmente e che usano come arma ideologica. Visioni “immediate” dell’altro, cioè superficiali, non mediate da una considerazione profonda, né filtrate dalla coscienza dell’appartenenza di ogni uomo all’altro uomo.

Già nel discorso del Palazzo presidenziale di Atene e poi, nel pomeriggio, in quello tenuto nell’arcivescovado ortodosso, Francesco delinea una teologia dell’olivo che, in quanto mediterranei e appartenenti al territorio della nostra Chiesa locale, possiamo ben comprendere. Fa riferimento ai cambiamenti climatici che spesso generano incendi distruttivi nei quali scompaiono ulivi secolari. Per Francesco proprio questa pianta, come nel racconto del Genesi, può tornare a essere «simbolo della ripartenza», come lo fu quando una colomba ne portò un ramoscello a Noè dopo il primordiale diluvio. L’ulivo «accomuna terre diverse che si affacciano sull’unico mare». E continua: «L’ulivo, nella Scrittura, rappresenta anche un invito a essere solidali, in particolare nei riguardi di quanti non appartengono al proprio popolo».

È ancora viva nelle nostre zone una pratica, quella dei “riscugghituri”, cioè di coloro che spigolano al termine di una raccolta, prendendo quanto rimasto a terra, o che racimolano quanto rimasto sull’albero (i racimoli sono i piccoli rami del grappolo della vite che vengono lasciati sulla pianta durante la vendemmia). Immediatamente dopo il periodo della vendemmia, delle carrube, delle mandorle o delle olive, chi non possiede terra e alberi entra nei campi e ha la libertà di raccogliere i frutti rimasti. La pratica è antichissima: «Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornare a ripassare i rami. Sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a racimolare. Sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. Ricordati che sei stato schiavo nella terra d’Egitto; perciò ti comando di fare questo» (Dt 24,20-22). Francesco vede negli ulivi il simbolo del tempo e della durata della memoria: «alcuni esemplari di ulivo mediterraneo testimoniano una vita così lunga da precedere la comparsa di Cristo. Secolari e duraturi, sono resistiti al tempo e ci richiamano all’importanza di custodire radici forti, innervate di memoria. Questo Paese può essere definito la memoria d’Europa – voi siete la memoria d’Europa». È vero, a Luras, nel nord della Sardegna, esiste un esemplare di olivo che dura da 4000 anni, e a Mouriscas, in Portogallo, ce n’è uno a cui vengono attribuiti 3350 anni. Nel discorso del pomeriggio, Francesco parlerà dell’olio come «sole liquido» (C. Boureau), immagine che rimanda allo Spirito Santo che guida e illumina la Chiesa.

È questo il senso del richiamo di Francesco alle radici. Esse non devono essere intese in maniera ideologica, cioè come affermazione di una specificità culturale che esclude e respinge l’altro, ma come elementi irrobustiti e vivificati dalla memoria.

Tutti dobbiamo avere memoria di quello che siamo stati. Come genere umano proveniamo da viaggi, peregrinazioni, incontri e trasformazioni, e anche come singoli abbiamo cercato o cerchiamo dimensioni di vita più felici e terre più ospitali (noi, persone del Sud, possiamo ben dirlo). Tutti abbiamo desiderato o desideriamo un destino meno ostile e colori più chiari per la nostra esistenza.

di Michelangelo Lorefice

1 commento

rosariapiazfz36m 18 Febbraio 2022 - 13:21

Articolo piuttosto profondo.Affinché il bene sia davvero partecipato,un’attenzione particolare va rivolta alle fasce più deboli.Guardiamo ai migranti,dice Papa Francesco,protagonisti di una moderna ” odissea”. La pandemia ci ha fatto riscoprire fragili,bisognosi degli altri. “Tutti abbiamo desiderato e desideriamo un destino meno ostile per la nostra esistenza ” Complimenti carissimo.

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