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I giovani invisibili che tengono in piedi la città

da Don Manlio Savarino
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C’è una notizia che, per qualche giorno, ha attraversato giornali e telegiornali: il Presidente della Repubblica ha premiato i nuovi “Alfieri della Repubblica”. Ventotto ragazzi. Non influencer, non figli di qualcuno, non professionisti del lamento. Ragazzi normali. Straordinariamente normali.

Tra loro anche una giovane animatrice d’oratorio, impegnata nel volontariato, nel teatro, nella vita concreta di una comunità. Una di quelle figure che spesso non fanno notizia… finché qualcuno, per fortuna, non decide di accendere una luce.

E allora viene da sorridere – con un pizzico di ironia – pensando a quante volte noi adulti ripetiamo: “I giovani non hanno voglia di fare niente”. Davvero? Il Quirinale racconta un’altra storia: ragazzi capaci di solidarietà, empatia, partecipazione. Altro che disimpegno: sono, parole ufficiali, “gli interpreti più sorprendenti” del bene comune. Forse il problema non è che i giovani non fanno. Forse è che noi non guardiamo dove fanno. Perché i giovani ci sono. Solo che raramente li troviamo dove li cerchiamo noi: nei talk show, nelle polemiche social, nei giochi di potere.

Li troviamo invece negli oratori, comunità, nei centri educativi, nel volontariato silenzioso, nelle relazioni gratuite. Lì dove non si guadagna nulla – e proprio per questo si costruisce tutto.

Perché, se allarghiamo lo sguardo appena oltre i luoghi comuni, scopriamo una realtà molto diversa. E non serve andare fino al Quirinale per accorgersene. Basta guardare le nostre comunità. Basta guardare le nostre estati.

Chi vive da vicino la vita parrocchiale lo sa bene: nei mesi estivi, quando si organizzano attività, grest, momenti educativi, ma anche le feste e le iniziative che danno volto e respiro alla città, c’è un esercito silenzioso che si mette in moto. E quell’esercito ha un volto giovane. Ragazzi e ragazze che dedicano tempo, energie, creatività. Che montano palchi, preparano giochi, seguono i più piccoli, animano serate, risolvono problemi all’ultimo minuto. Che ci sono. Sempre. Senza riflettori.

E – dettaglio non secondario – senza chiedere nulla in cambio. E qui arriva la domanda scomoda. Se i giovani sono così capaci di impegno, perché fuggono dalla politica e sembrano così disinteressati al bene comune? Forse perché il “bene comune” che vedono non somiglia alla loro idea di bene. Forse perché percepiscono troppo spesso un mondo costruito sul tornaconto, sulle posizioni, sulle parole vuote. E allora scelgono altro. Non l’indifferenza, ma una forma diversa – e più concreta – di partecipazione.

In fondo, questi ragazzi ci stanno dicendo qualcosa di profondamente evangelico (anche se non sempre usano questa parola): che la gioia vera nasce dal dono, non dal possesso; che la comunità si costruisce nei piccoli gesti, non nei grandi proclami; che il bene comune non è uno slogan, ma uno stile di vita.

E mentre noi adulti discutiamo su come “coinvolgere i giovani”, loro – con una semplicità quasi disarmante – stanno già cambiando il mondo. Senza chiedere permesso. E soprattutto senza chiedere nulla in cambio. Forse, più che insegnare ai giovani, dovremmo cominciare a imparare da loro.

Anche perché – diciamocelo con un filo di ironia – se il futuro è nelle loro mani… forse è il presente che dovrebbe farsi qualche domanda.

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