Oggi, 7 luglio, è il giorno in cui si ricorda la prima apparizione di Pinocchio sul Giornale per i bambini: era il 1881 e nasceva quello che sarebbe diventato il libro italiano più letto e tradotto al mondo. Quest’anno, inoltre, ricorre il bicentenario della nascita di Carlo Collodi, celebrato in tutta Italia con mostre, convegni ed eventi. Segno che quel burattino di legno, dopo quasi un secolo e mezzo, continua ancora a parlare a grandi e piccoli.
Confesso di avere un legame particolare con questo libro. Lo considero uno dei testi più profondi e istruttivi che abbia mai letto. Dietro la semplicità di una fiaba si nasconde una straordinaria ricchezza umana e spirituale. Più lo si legge, più si scoprono pagine che sembrano raccontare il cuore dell’uomo, il suo desiderio di felicità, le sue cadute, la sua possibilità di rinascere. E, per chi guarda con gli occhi della fede, vi è racchiusa una sorprendente ricchezza teologica.
Forse perché Pinocchio non racconta semplicemente la storia di un burattino. Racconta la storia di ogni ragazzo. E, se siamo sinceri, anche quella di tanti adulti.
Il burattino, in fondo, sembra forte. Cade, si rialza, non sente il dolore, tira sempre avanti. È fatto di legno. L’uomo, invece, è fragile. Si ferisce, sbaglia, piange, si lascia mettere in discussione. Eppure è proprio quando Pinocchio accetta di non essere più un burattino che comincia davvero a vivere. Diventare uomo significa smettere di fingere di essere invincibili.
E qui forse noi adulti dovremmo fermarci un momento. Da anni ripetiamo ai ragazzi che devono essere forti, performanti, resilienti. Guai a deludere. Guai a mostrare una crepa. Come se la fragilità fosse un difetto da correggere e non il punto da cui ricominciare. Poi ci stupiamo se tanti giovani faticano a raccontare quello che hanno nel cuore.
Forse è anche per questo che, pochi giorni fa, oltre 250.000 persone hanno riempito un concerto di Ultimo. Sarebbe riduttivo pensare che fosse soltanto un evento musicale. In quello stadio c’era una generazione che cercava parole capaci di dare un nome alle proprie emozioni. Ultimo non canta l’eroe che vince sempre. Canta il ragazzo che cade, che ama, che perde, che sogna ancora. Fa poesia delle ferite e trasforma la vulnerabilità in un linguaggio condiviso. Per questo migliaia di giovani si sentono rappresentati: non perché trovino risposte facili, ma perché qualcuno ha il coraggio di dire che anche le crepe fanno parte della bellezza di una vita.
In fondo Pinocchio e Ultimo si incontrano proprio qui. Entrambi raccontano che la vita non cambia quando smetti di cadere, ma quando impari a rialzarti. Che le ferite non sono la fine della storia, ma possono diventarne l’inizio. Pinocchio attraversa il Paese dei Balocchi, si lascia sedurre dalle illusioni, si perde, sbaglia, soffre. Solo passando attraverso tutto questo può diventare davvero un ragazzo.
Per questo Pinocchio continua a essere sorprendentemente attuale. È il paradigma del giovane chiamato a credere: non nelle promesse facili dei tanti “Omini di burro” che ancora oggi riempiono il mondo di illusioni, ma nella possibilità che la propria vita possa cambiare davvero.
Anche il cristiano, in fondo, non è un burattino. Non è uno che non cade mai, ma uno che scopre che proprio nelle sue fragilità Dio può scrivere le pagine più belle della sua storia. La fede non elimina la debolezza: la trasfigura. È lì che il legno diventa carne, la paura diventa speranza e un ragazzo comincia, davvero, a diventare uomo.
