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Il prezzo della libertà (e il rischio di dimenticarlo)

da Don Manlio Savarino
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Ci sono date che rischiano di diventare abitudine. Il 25 aprile non può permetterselo. Non è solo memoria: è una domanda che torna, puntuale, a inquietarci. Perché la libertà che celebriamo non è nata da un compromesso comodo, ma dal coraggio di chi ha pagato un prezzo altissimo in quel contesto storico per restituire dignità a un Paese intero.

E allora, più che ricordare, dovremmo chiederci: che uso stiamo facendo oggi di quella libertà?

Si respira un clima particolare in questi ultimi tempi. Non sempre si discute di idee, di visioni, di futuro. Più spesso circolano promesse sussurrate, aspettative personali, piccoli interessi che rischiano di diventare più grandi del bene comune. È un meccanismo sottile, quasi invisibile, ma potente: quello che trasforma la partecipazione in scambio, la responsabilità in convenienza.

Eppure la storia da cui proveniamo va in tutt’altra direzione. Ci ricorda che la vita pubblica non è un mercato, ma uno spazio condiviso, dove ciascuno è chiamato a custodire qualcosa che appartiene a tutti.

Il voto, conquistato a caro prezzo anni orsono, non è merce di scambio. Non è un favore da restituire. Non è una moneta da spendere per garantirsi un posto, una protezione, un tornaconto. È, piuttosto, un atto di responsabilità. Un gesto che ci lega agli altri, che costruisce – o distrugge – la comunità. E qui il discorso si allarga. Perché il problema non è solo di chi si candida o di chi promette. È di tutti noi.

Viviamo un tempo che qualcuno ha descritto con parole durissime: “la crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere”. E in questo chiaroscuro, ricordava Antonio Gramsci, nascono i mostri. Non sono parole lontane. Basta guardarsi attorno.

Le cronache locali parlano di spaccio di droga sempre più diffuso, di giovani che scivolano nella dipendenza, di solitudini che diventano terreno fertile per ogni forma di disagio. Ma non solo: emergono anche fragilità economiche, una situazione finanziaria che preoccupa e, in alcuni casi, il rischio concreto di infiltrazioni mafiose nel territorio. Non è solo un problema di ordine pubblico o di bilanci. È un problema educativo. È una questione di comunità.

Quando manca la “cura sociale”, arrivano i vuoti. E i vuoti qualcuno li riempie sempre: con la droga, con il denaro facile, con il potere usato male.

Non si può non sentire il peso – e insieme la responsabilità – di queste dinamiche. Ma proprio qui risuonano con forza le parole di Papa Francesco: “Sì, faccio politica. Perché tutti devono fare politica… E cos’è la politica? Uno stile di vita per la polis, per la città.” Non la politica dei partiti, che divide e contrappone, ma quella che il Vangelo suggerisce: capace di trasformare la mentalità, di generare relazioni nuove, di rimettere al centro la persona.

E ancora più chiaramente: “Mettetevi in politica, ma per favore nella grande politica, nella Politica con la maiuscola!”.

È una provocazione che non possiamo ignorare. Perché ci ricorda che esiste una responsabilità che precede ogni appartenenza: quella di prenderci cura della città, della comunità, degli altri. E allora il punto non è solo cosa accade, ma chi vogliamo essere.

Una comunità che si lascia trascinare dagli interessi immediati, che si abitua al “così fan tutti”, che guarda altrove quando qualcosa non torna? Oppure una comunità che prova a rimettere al centro il bene comune, che si prende sul serio, che non ha paura di scegliere con coscienza?

Forse la risposta sta in un’immagine semplice: quella del falò. C’è chi porta la legna, chi mantiene il fuoco, chi si scalda, chi resta ai margini. Una comunità vive se qualcuno decide di avvicinarsi, di partecipare, di non restare spettatore.

Il 25 aprile non è solo un ricordo. È un invito. A non svendere ciò che è costato tanto. A riscoprire che la libertà, per restare viva, ha bisogno di responsabilità.

E che la comunità – quella vera – non si costruisce per convenienza, ma per scelta.

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