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Quando la fede sostiene più della malattia

La storia di Matteo, un ragazzo provato da gravi sofferenze ma capace di una fede sorprendente: tra dolore, preghiera e segni inattesi di speranza, la sua vita diventa testimonianza viva della presenza di Dio nelle prove più dure.

da Redazione
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Riporto una testimonianza di fede che mi è stata confidata con grande commozione da una madre che ha assistito al dramma del proprio figlio, un ragazzo di nome Matteo, la cui fede lo ha salvato.

Matteo è un ragazzo speciale, segnato sin dalla nascita da prove durissime, ma anche da una fede fuori dal comune.

Matteo nasce con autismo ed epilessia. La diagnosi arriva quando ha cinque anni: si tratta di un’epilessia farmacoresistente, complessa, difficile da gestire. Con il tempo, attraverso cure mirate, la situazione trova un certo equilibrio, permettendogli di vivere un po’ meglio.

A nove anni e mezzo, quasi dieci, un’ischemia cerebrale, però, lo colpisce improvvisamente, lasciandogli una paresi sinistra. Anche questa volta, Matteo reagisce con forza e riesce a recuperare molto bene. La sua vita, così, prosegue tra terapie, difficoltà legate all’autismo e la costante battaglia contro l’epilessia, fino al luglio del 2023, quando tutto cambia.

Matteo inizia a peggiorare, avverte una stanchezza anomala, dolori alle gambe, l’impossibilità di salire le scale. Sopraggiunge una febbre altissima che dura una settimana. Sembra riprendersi, ma a settembre la situazione precipita di nuovo. Non riesce più a urinare autonomamente e gli viene diagnosticata una vescica neurologica. I movimenti diventano sempre più difficili, fa fatica a camminare  e a muovere le braccia. A dicembre arriva il ricovero e una scoperta devastante: una lesione al midollo spinale, di origine mai chiarita.

Nel giro di poco tempo, Matteo perde sempre più autonomia, fino a rimanere a letto. Deve ricorrere ai cateteri per gli svuotamenti vescicali, una condizione che continua ancora oggi, perché i danni neurologici, una volta avvenuti, non sempre sono reversibili. Le sue condizioni peggiorano drasticamente. Gli viene assegnata un’assistenza completa infermieristica, medica e psicologica. La famiglia, così, tenta ogni strada possibile, tra cure e farmaci. Poi, un sabato di fine giugno del 2025, si arriva al limite. Matteo è gravissimo. Si teme il peggio.

Eppure, in mezzo a quella disperazione, Matteo non perde mai la fede. Ogni sabato una Ministra della Parrocchia dei Cappuccini di Ragusa gli porta la Comunione.

In quel giorno così critico, in quel sabato, la madre lancia un appello sui social, chiedendo a tutti di unirsi in preghiera per suo figlio. Contatta anche la Parrocchia per chiedere un sostegno spirituale. E’ stato allora che venne portata in casa la Madonna di Lourdes, che ancora oggi rimane con loro.

Durante un momento di preghiera, Matteo pronuncia parole che la madre non dimenticherà mai, dice a lei e alla Ministra: “Mamma, io non ho paura di morire, perché io andrò e starò tra le braccia di Gesù. L’unica paura che io ho, mamma, è per te, per te che resti”. Sono istanti di sofferenza indicibile, ma anche di una profondità spirituale sconvolgente.

Da quel momento, racconta la madre, qualcosa cambia.

Arriva il contatto con un medico di Bergamo che la mette in comunicazione con una ragazza di Ragusa affetta dalla stessa malattia rara di Matteo. Inizia così un viaggio della speranza. Un professore, però, ribadisce che con una lesione midollare le possibilità di recupero sono minime. Si apre anche la strada del ricovero al Policlinico di Messina, nel reparto di malattie neuromuscolari. A luglio Matteo si presenta in carrozzina; ad agosto viene ricoverato per circa venti giorni.

Ma proprio in quel mese accade qualcosa di inspiegabile: Matteo comincia lentamente a migliorare, giorno dopo giorno! I medici stessi, pur restando cauti, si mostrano stupiti. Il 10 agosto si ricovera camminando con il carrello. È di nuovo in piedi. Anche la dottoressa che lo aveva visto poche settimane prima rimane sbalordita.

Gli esami rivelano, oltre alla lesione spinale, la presenza di cinque ernie. È previsto un consulto con un professore del Rizzoli di Bologna per valutare un eventuale intervento, complesso e delicato. Nel frattempo Matteo continua a migliorare.

Oggi cammina in autonomia, pur con grande affaticamento, continua la fisioterapia e la gestione della vescica con cateteri.Sono stati eseguiti anche esami genetici approfonditi, tra cui l’Esoma, perché i medici sospettano una malattia genetica rara alla base del quadro clinico.

Negli ultimi mesi è emerso anche un coinvolgimento renale, numerose cisti ai reni, alcune già estese al fegato.

Non si sa se e quando potrà rendersi necessaria la dialisi. Le incertezze ovviamente restano molte.  Eppure, dice la madre con profonda convinzione, Matteo possiede un dono immenso: la sua fede!

Lei è convinta che a salvarlo non siano stati i farmaci né i medici, ma che sia stata la fede, quella fede solida che non lo ha mai abbandonato, nemmeno nei momenti più bui.

La madre afferma che Matteo è un ragazzo speciale, con una profondità che a volte sembra andare oltre l’umano. Anche quando stava malissimo, percepiva la disperazione della madre e cercava di consolarla, dicendole più volte: “Ricordati, mamma, che la sofferenza è Grazia agli occhi di nostro Signore”.

La madre riferisce anche un episodio molto toccante: una sera, mentre le teneva la mano per addormentarsi, Matteo le disse che, quando lui non ci sarebbe più stato, lei non sarebbe rimasta sola, perché avrebbe avuto un altro bambino.

Oggi, a quarantasei anni, contro ogni previsione medica e dopo tanti tentativi falliti, quella madre è al quinto mese di gravidanza. Una gravidanza ritenuta impossibile, anche a causa dei suoi problemi di salute. Eppure, quel dono inatteso è arrivato.

La storia di Matteo continua tra terapie, controlli, incertezze e speranza. Ma in quella casa, insieme alla fatica quotidiana, abita una fede che ha saputo trasformare la disperazione in cammino, il dolore in attesa, e la paura in fiducia.

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