Home Annunziando L’Ora del Calvario: testimonianze che rendono viva la Passione

L’Ora del Calvario: testimonianze che rendono viva la Passione

da Redazione
225 visualizzazioni

Ad inizio del tempo quaresimale, in occasione della Prima Domenica di Qauresima, nella nostra Basilica della Santissima Annunziata di Ispica, la comunità parrocchiale vive un momento particolarmente intenso di preghiera e di meditazione: l’Ora del Calvario. Si tratta di una celebrazione che invita i fedeli a contemplare il mistero della passione del Signore, mettendo in dialogo la sofferenza di Cristo con le sofferenze concrete degli uomini e delle donne del nostro tempo. In questo momento di riflessione vengono proposte anche testimonianze di vita, segni reali di croce ma anche di speranza, che aiutano a comprendere come il Calvario continui ad attraversare la storia e le vicende delle persone.

Come ricorda anche il giornale online della comunità, www.annunziando.it, l’Ora del Calvario è una celebrazione quaresimale che, attraverso meditazioni e racconti di vita, conduce i fedeli a rileggere la passione di Cristo alla luce delle sofferenze dei fratelli e delle sorelle di oggi, rendendo la preghiera profondamente attuale e capace di provocare la coscienza e la fede.

Anche quest’anno, come negli anni precedenti, l’ascolto di alcune testimonianze ha reso questo momento ancora più vivo e concreto: la passione del Signore non rimane soltanto un ricordo liturgico, ma diventa esperienza incarnata nelle storie di chi porta ogni giorno la propria croce.

Nei prossimi giorni www.annunziando.it pubblicherà diverse testimonianze ascoltate durante questa celebrazione, perché possano diventare per tutti occasione di riflessione, di preghiera e di conversione.

“Scrivo queste parole con il peso negli occhi e nel cuore. In questi giorni il mare restituisce corpi. Li riporta a riva come fa con il legno spezzato o con le reti abbandonate, ma quei corpi non sono oggetti: sono vite. Sono nomi che qualcuno pronuncerà ancora nel silenzio di una stanza, sono madri, figli, fratelli che avevano affidato al mare l’ultima speranza.

È accaduto nel nostro Mar Mediterraneo, il mare che chiamiamo “nostro”, quello delle vacanze, delle fotografie al tramonto, delle barche a vela. È accaduto anche sulla spiaggia di Pachino, dove la sabbia dorata e il rumore delle onde si sono mescolati al dolore muto di corpi senza più voce. In quei luoghi dove d’estate si cercano leggerezza e riposo, oggi si è trovato il segno più crudo della disperazione umana.

Ho visto immagini, ho ascoltato racconti. E ciò che ferisce quasi quanto la morte è l’indifferenza. La notizia scorre veloce, compressa in pochi secondi tra un servizio di cronaca e uno sportivo. Si parla di “sbarchi”, di “numeri”, di “emergenza”. Raramente si parla di sogni. Raramente si pronuncia la parola “persona”. È come se quelle vite, già fragili nel viaggio, diventassero ancora più leggere nel racconto pubblico, fino quasi a dissolversi.

Eppure ognuno di loro aveva attraversato deserti, violenze, fame, guerre. Aveva sopportato la paura notturna del mare, il freddo, l’ignoto. Nessuno lascia la propria casa, la propria lingua, gli affetti, se non è spinto da una necessità più forte della paura. Non si sale su un gommone per capriccio: lo si fa quando restare significa morire lentamente.

Il dramma non è solo nel naufragio. È nella dimenticanza. È nel modo superficiale con cui archiviamo queste tragedie come fatti inevitabili, quasi naturali. Ma non c’è nulla di naturale in un corpo restituito dalle onde. C’è, piuttosto, il fallimento di un’umanità che non ha saputo tendere la mano.

Quel mare che bagna le nostre coste non è una frontiera astratta: è uno specchio. Ci chiede chi siamo. Ci chiede se vogliamo essere spettatori o custodi. Perché senza amore e dedizione verso i più bisognosi non ci sarà futuro, non ci sarà vita capace di dirsi davvero umana. L’indifferenza è una lenta erosione: consuma prima la coscienza e poi la speranza.

Vorrei che ogni corpo ritrovato fosse chiamato per nome, che ogni storia fosse raccontata con rispetto. Vorrei che il dolore di quelle famiglie diventasse per noi responsabilità, non fastidio. Che la parola “accoglienza” non fosse uno slogan, ma una scelta quotidiana.

Solo nella pace e nell’inclusione possiamo costruire un domani diverso. Solo riconoscendo nell’altro un fratello, una sorella, possiamo salvare anche noi stessi. Se sapremo amare chi è più fragile, allora forse quel mare tornerà a essere solo mare. Se invece continueremo a voltare lo sguardo, le onde non smetteranno di ricordarci ciò che abbiamo scelto di non vedere.”

Lascia un commento

Questo sito web utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza. Cliccando su ACCETTO acconsenti al loro utilizzo. ACCETTO Scopri di più