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Alla scuola di don Bosco, santo dei giovani

da Don Manlio Savarino
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Celebrare don Bosco, il santo dei giovani, non è solo ricordare una figura del passato né limitarsi a una festa in calendario. È, piuttosto, un’occasione preziosa per interrogarci sul presente e sul nostro modo di stare accanto alle nuove generazioni. In un tempo segnato da fragilità, disorientamento e comportamenti che preoccupano, la sua figura torna a parlarci con sorprendente attualità.

Don Bosco ha dedicato tutta la sua vita ai giovani, soprattutto ai più poveri e dimenticati, convinto che nessun ragazzo fosse perduto. Amava ripetere: «In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene». È da questa fiducia profonda che nasce la sua opera educativa: una fiducia che oggi sembra spesso mancare.

Viviamo in una società in cui è facile accusare i giovani, ma più difficile riconoscere le responsabilità degli adulti. Eppure, una parte significativa del disagio giovanile nasce proprio dall’assenza di adulti veri, capaci di accompagnare, di ascoltare, di educare con coerenza e amore. L’individualismo, la ricerca del proprio tornaconto, la delega continua ad altri (la scuola, le istituzioni, la parrocchia) hanno progressivamente impoverito il tessuto educativo.

Don Bosco ci ricorda che educare significa stare, non solo dire; esserci, non solo intervenire quando le cose vanno male. Il suo metodo non era fatto di distanza o repressione, ma di presenza quotidiana, di relazione, di familiarità. «Non basta amare i giovani – diceva – bisogna che essi si accorgano di essere amati». Questa è forse la sfida più grande per noi oggi.

Festeggiare don Bosco, allora, significa chiederci se sappiamo ancora essere adulti testimoni, capaci di offrire ai giovani non solo regole, ma senso; non solo controlli, ma orizzonti. Significa riscoprire il valore di una alleanza educativa tra famiglia, scuola, parrocchia e territorio, perché nessuna agenzia educativa può agire da sola.

Questa attenzione deve coinvolgere anche le istituzioni e la politica. I giovani non possono essere considerati solo come un problema da gestire o come un bacino di consenso elettorale. Servono scelte coraggiose che mettano al centro la loro crescita umana, culturale e professionale. Una scuola viva, capace di valorizzare i talenti; percorsi che accompagnino davvero verso il lavoro e la vita adulta; politiche che investano sul futuro e non solo sull’immediato.

Quando una comunità smette di prendersi cura dei giovani, perde la speranza. Don Bosco, invece, ci insegna che educare è un atto di speranza. «L’educazione è cosa di cuore», ricordava. E il cuore chiede tempo, dedizione, presenza.

Celebrare il santo dei giovani significa, allora, rinnovare un impegno: esserci, come adulti e come comunità. Prendersi cura dei germogli più fragili, credere in loro anche quando sembrano smarriti, perché solo così potranno crescere e diventare domani alberi forti, capaci di dare ombra, vita e futuro a tutti.

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