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Davide e Golia

da Redazione
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Davide disse a Saul: «Nessuno si perda d’animo a causa di costui. Il tuo servo andrà a combattere con questo Filisteo». Saul rivestì Davide della sua armatura, gli mise in capo un elmo di bronzo e lo rivestì della corazza. Allora Davide disse a Saul: «Non posso camminare con tutto questo, perché non sono abituato». E Davide se ne liberò. Poi prese in mano il suo bastone, si scelse cinque ciottoli lisci dal torrente e li pose nella sua sacca da pastore, nella bisaccia; prese ancora in mano la fionda e si avvicinò al Filisteo.

Il Filisteo scrutava Davide e, quando lo vide bene, ne ebbe disprezzo, perché era un ragazzo, fulvo di capelli e di bell’aspetto. Il Filisteo disse a Davide: «Sono io forse un cane, perché tu venga a me con un bastone?». E quel Filisteo maledisse Davide in nome dei suoi dèi. Poi il Filisteo disse a Davide: «Fatti avanti e darò le tue carni agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche». Davide rispose al Filisteo: «Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l’asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d’Israele, che tu hai sfidato. In questo stesso giorno, il Signore ti farà cadere nelle mie mani. Io ti abbatterò e ti staccherò la testa e getterò i cadaveri dell’esercito filisteo agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche; tutta la terra saprà che vi è un Dio in Israele. Tutta questa moltitudine saprà che il Signore non salva per mezzo della spada o della lancia, perché del Signore è la guerra ed egli vi metterà certo nelle nostre mani». Appena il Filisteo si mosse avvicinandosi incontro a Davide, questi corse a prendere posizione in fretta contro il Filisteo. Davide cacciò la mano nella sacca, ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo in fronte. La pietra s’infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra. Così Davide ebbe il sopravvento sul Filisteo con la fionda e con la pietra, colpì il Filisteo e l’uccise, benché Davide non avesse spada. Davide fece un salto e fu sopra il Filisteo, prese la sua spada, la sguainò e lo uccise, poi con quella gli tagliò la testa. I Filistei videro che il loro eroe era morto e si diedero alla fuga.

(1 Sam 17,32.38-40.42-51)

Circa 200 anni dopo le vicende narrate nei precedenti articoli (Giaele e Sisara e quella di Gedeone) ci spostiamo dall’era dei Giudici alla cosiddetta era della Monarchia.

Il racconto biblico odierno, magnificamente raffigurato in questo quinto pannello, è tratto dal primo libro di Samuele; narra la vicenda di un giovinetto esile ed inesperto nell’arte del combattimento fisico, di nome Davide, che trova il coraggio di affrontare un nemico molto più grande e forte di lui, l’esperto e feroce guerriero Golia.

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Dopo le lunghe e sanguinose guerre combattute contro il popolo dei Cananei e degli Amaleciti, gli israeliti si apprestano a combattere contro un nuovo popolo loro nemico ancor più forte: i Filistei.

Questi erano provenienti dal bacino del Mediterraneo e si erano stanziati nella fascia del litorale della terra di Canaan; abilissimi nell’arte della guerra, a differenza dei popoli del medioriente, conoscevano e lavoravano bene il ferro per la fabbricazione delle armi.

Veniamo ai fatti. Siamo intorno all’anno 1000 a.C., l’esercito di Israele guidato dal re Saul sta attraversando un momento critico perché quello dei Filistei sembra avere la meglio grazie anche alla presenza, tra le sue schiere, del terribile gigante Golia, chiamato così per la sua possente statura ed armato in maniera impareggiabile.

Ogni giorno, da quaranta giorni, Golia lancia una sfida al re Saul: chiede a gran voce un duello tra lui e un rappresentante dell’esercito nemico, un modo alternativo e per certi versi sbrigativo, per decidere le sorti della guerra. Ovviamente nessuno delle file di Israele osa accettare, proprio perché sarebbe come andare incontro ad una morte certa.

Solo un giovane pastore, di nome Davide, che era giunto tra le schiere dell’esercito, mandato dal padre per vedere se stessero bene i suoi fratelli e per riscuotere la loro paga, ascoltando la sfida di Golia e le richieste di volontari per il duello da parte di Re Saul, decide di offrirsi come rappresentante del suo popolo ed affrontare il crudele avversario.

Ultimo di otto fratelli, oltre ad essere poco più di un ragazzino, non ha la minima idea di cosa sia un duello. Non immagina neanche cosa l’aspetta, ma è armato di una sola certezza: colui che confida nel Signore può vincere qualsiasi battaglia.

Davide si prepara alla sfida nel modo più congeniale e compatibile alle sue abilità. Egli essendo un pastore affronta il proprio nemico da pastore, con bastone, fionda e pietre.

Giunto dinanzi all’avversario non si fa intimorire nè dalla sua statura, né dalle  parole di disprezzo che il Gigante usa nei suoi confronti; per dirla tutta, il pastorello, rilancia la posta in gioco, tenendo a precisare con risolutezza che sarà lui a vincere questo duello.

Nel combattimento corpo a corpo, Davide spiazza l’esperto guerriero tirando fuori in modo fulmineo un sasso dalla bisaccia, scagliandolo con forza e precisione contro la fronte di Golia; questi cade stordito al suolo. Approfittando del momento favorevole, corre accanto al filisteo, gli sfila la spada dal fianco e lo uccide tagliandogli la testa. Il capo mozzato di Golia sarà portato da Davide  in trionfo a Gerusalemme.

Il più forte, come spiega sant’Agostino commentando l’episodio biblico, si è dimostrato il pastorello, perché è andato incontro a Golia confidando non in sé stesso ma in Dio, armato non di ferro ma dalla propria fede.

Il messaggio biblico del brano odierno, tende a ricordare al lettore che dietro i due contendenti si svolge un ben diverso confronto. Da un lato, c’è tutta la potenza e l’arroganza umana con la forza (apparentemente) insuperabile e vincente delle armi; d’altro lato, invece, in Davide è presente Dio stesso, il vero dominatore della storia. Lo scontro, allora, non sarà tra due forze così dispari, ma tra l’uomo e Dio stesso.

La piccolezza ha alle spalle la mano di Dio.

Davide è pienamente cosciente di questa sua convinzione, infatti nella sua risposta c’è la professione di fede in Dio, il Signore degli ultimi che non ha bisogno di generali, di potenti della terra.

L’episodio narrato, aprirà la strada alla guida del regno a colui che sarà per sempre considerato il prototipo del Re di Israele.

Davide sarà, per eccellenza, il re secondo il cuore di Dio, il pastore che prega per il suo popolo e in suo nome.

Davide sarà colui che farà della sottomissione un mezzo per realizzare la volontà di Dio. La lode, il pentimento, e il suo modo di rialzarsi dalle cadute, saranno modello di preghiera per il popolo di Israele e per i cristiani di ogni tempo.

Anche se a prima vista potrebbe sembrare che Davide arrivi al trono grazie al suo coraggio e alla sua astuzia, se leggiamo attentamente tutto ciò che lo riguarda, sarà invece l’atteggiamento che contraddistingue l’uomo di fede a fargli spiccare il volo, cioè quello di guardare alla vita in tutte le sue dimensioni, con una prospettiva nuova, quella ispirata da Dio stesso.

La Sacra Scrittura ci insegna anche che Dio si affida alle iniziative e agli sforzi dell’uomo per realizzare i suoi progetti. Questo è quanto di più bello si possa realizzare nella vita di fede di ciascuno di noi.

Sappiamo anche che Davide non ebbe una vita facile sia per la difficile gestione del regno e sia dal punto di vista sentimentale e familiare. La sua travagliata esistenza ci insegna che possiamo essere intimi amici di Dio a partire dalle nostre ferite, dalle nostre fragilità, delle nostre zone d’ombra.

Questo è un importante insegnamento, poiché ci può servire a consapevolizzare che la vita di fede comporta un atteggiamento attivo, di fiducia e di abbandono nelle mani di Dio, anche dopo la caduta e il peccato.

Le cadute non devono avvilirci, anzi, debbono restituirci un modo nuovo di rivolgerci a Dio, con dolore sincero e proposito retto.

Concludiamo con le parole del primo salmo del Salterio attribuito a Re Davide, le cui parole riassumono la via della saggezza intrapresa fin dalla sua gioventù e che hanno ispirato la sua intera  esistenza:

La beatitudine del giusto

Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,

non resta nella via dei peccatori

e non siede in compagnia degli arroganti,

ma nella legge del Signore trova la sua gioia,

la sua legge medita giorno e notte.

È come albero piantato lungo corsi d’acqua,

che dà frutto a suo tempo:

le sue foglie non appassiscono

e tutto quello che fa, riesce bene.

 

                                                                               Salvatore Donato BRUNO

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