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San Domenico Savio: santi giovani, non giovani spenti

da Don Manlio Savarino
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C’è un’idea che spesso abbiamo: la santità sia qualcosa di lontano, difficile, quasi “da specialisti”. San Domenico Savio invece la smonta in un attimo. Aveva 14 anni. Viveva l’oratorio, la scuola, gli amici. E lì, proprio lì, è diventato santo.
Non facendo cose straordinarie, ma vivendo bene quelle ordinarie.

All’oratorio di San Giovanni Bosco Domenico ha trovato una cosa decisiva: una comunità. Un luogo dove non si è numeri, ma volti. Dove si cresce insieme. Dove qualcuno ti guarda e ti dice: “Puoi diventare migliore”. E tu inizi a crederci.

La sua santità nasce da qui: amicizie vere. Non superficiali, non di convenienza. Amicizie che aiutano a fare il bene. Domenico non teneva la fede per sé: cercava i compagni più soli, li coinvolgeva, li incoraggiava. Aveva capito che si diventa santi insieme, o non lo si diventa affatto.

E qui entra in gioco qualcosa di decisivo, oggi più che mai: la comunità educante. Non solo l’oratorio, le nostre realtà associative, ma anche la scuola, gli insegnanti, gli educatori, gli adulti che ogni giorno stanno accanto ai ragazzi. Domenico è diventato santo anche perché ha incontrato adulti che hanno creduto in lui, che gli hanno proposto una vita bella, alta, esigente. Non perfetta, ma vera.

E allora la domanda è inevitabile.

Le nostre comunità sono così? Le nostre comunità sono ancora luoghi dove si impara a vivere, o solo spazi da riempire? Noi adulti crediamo davvero che i ragazzi possano diventare santi… oppure ci accontentiamo che “non combinino guai”?

Perché Domenico non è nato santo. È stato accompagnato. È stato guardato con fiducia. Ha trovato adulti che gli hanno proposto una vita alta, non al ribasso.

Oggi, invece, rischiamo di offrire ai giovani obiettivi piccoli: “basta che stia tranquillo”, “basta che non sbagli troppo”. Ma un cuore giovane non si accende per il minimo indispensabile. Ha bisogno di ideali grandi, veri, esigenti.

Ma attenzione: la santità non è una versione “tranquilla” della vita. È il contrario. È pienezza. È fioritura dei talenti. È un cuore che arde.

E qui si apre una provocazione forte.

Non rischiamo di vedere – e forse di favorire – un certo “piattume” tra i giovani? Ragazzi che non aspirano più, che non sognano in grande, che cercano solo sicurezza, un “posto fisso”, una vita senza scosse? Ma un giovane non è fatto per galleggiare. È fatto per ardere.

Domenico Savio non si è accontentato. Non ha cercato una vita comoda, ma una vita piena. Ha lasciato che dentro di lui si accendesse un fuoco: il desiderio di essere tutto per Dio e per gli altri. E proprio per questo è stato profondamente felice.

E allora la domanda diventa anche per noi adulti, insegnanti, educatori, genitori: stiamo educando a “sistemarsi”… o a vivere davvero? Proponiamo ai ragazzi una vita sicura… o una vita piena? Accendiamo fuochi… o spegniamo entusiasmi?

Perché un ragazzo cresce quando qualcuno gli dice: “Non sei fatto per poco”. E soprattutto quando vede adulti che ci credono davvero.

La santità di Domenico è una provocazione anche per noi: che tipo di adulti siamo? Educatori che trasmettono passione per la vita buona… o semplici organizzatori di attività? Perché la verità è semplice: i ragazzi cercano qualcuno che creda in loro. E quando lo trovano, cambiano.

Domenico Savio lo dimostra ancora oggi: la santità non è fuori dalla vita, ma dentro. Dentro un campo da gioco, una chiacchierata, un gesto di attenzione, una comunità che ti sostiene.

E forse il punto è tutto qui: non servono giovani perfetti. Servono comunità vere.

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